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Controluce

La carità, l'accoglienza e il dubbio
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Sulla questione dell'Interculturalità in Europa
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Cherif el Shoubashy

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La carità, l'accoglienza e il dubbio

Lunedì, 14 Novembre 2016 14:44 Scritto da  Philip Farah
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Il Fenomeno:

Negli ultimi anni, in Italia, si assiste nel mondo cattolico all’intensificarsi di eventi spirituali congiunti, sia in occasione delle festività religiose non cristiane che in manifestazioni sociali e culturali di vario genere con la stessa chiave di lettura, dal significato poco chiaro specie a livello locale dove è più probabile che ci si ispiri ad esempi ben più noti a livello internazionale ma concepiti in modo diverso. Tali eventi sono indubbiamente orientati dal dialogo inter-religioso e inter-culturale. Purtroppo di certe iniziative, seppur lodevoli, assieme alla buona volontà emerge l’ambiguità del messaggio per i fedeli.

Solitamente la vulgata e i media, con entusiasmo, amano definirli “ preghiera congiunta” anche se, in sostanza, non si tratta sempre di questo. In taluni casi si tratta di figure religiose e rappresentanti delle istituzioni che, sotto forma di conferenze, visite o altre occasioni, si incontrano in luoghi di aggregazione come auditorium o luoghi consacrati (come nelle parrocchie) per dialogare e sottolineare, in linea di principio, i punti in comune tra i diversi credo ma che volentieri suscitano il dubbio che si tratti di eventi religiosi sincretici in chiave volontaristica che si svolgono in nome della pace, della carità e dell’accoglienza, gravidi di una spiritualità propria.

A posteriori, questo fenomeno ha cercato la propria convalida nelle discussioni originate sulla portata del Concilio Vaticano II e tocca da vicino il messaggio che hanno lasciato le missioni di varie figure ecclesiastiche contemporanee anche per mezzo dei loro accoliti sia tra i fedeli che non.

Le questioni del dialogo e della preghiera vengono dibattute da molti punti di vista e, sempre più spesso, il codice di interpretazione comune viene messo alla prova. Più volte sono stato coinvolto in questo genere di confronto da persone stimabili. Dunque, non solo per rispetto ai loro utili stimoli, ma anche nella speranza di offrire a mia volta qualche valido spunto di riflessione, mi permetto di elaborare alcuni aspetti della questione.

La sostanza della nostra attualità ci dovrebbe coinvolgere tutti in una nuova responsabilità sociale che consiste nel comprendere meglio non la bontà delle intenzioni, che è fuori dubbio, ma l’ampiezza degli effetti di questo modo di operare, sia all’interno che all’esterno delle comunità cattoliche.

Questo invito alla nuova responsabilità nasce da un interrogativo: date le potenzialità del fenomeno preso in considerazione, potrebbe esso manifestarsi in futuro con forme più delineate e con contenuti più evoluti? Potrebbe esso evolvere in un culto parallelo ad altri fenomeni culturali occidentali contemporanei che hanno già ottenuto il riconoscimento delle istituzioni e del senso comune in quanto de facto? Alcuni precedenti, come i culti della persona che sono nati negli ultimi decenni, ce lo potrebbero suggerire. Essi, per vie sempre meno traverse non aiutano a tenere presente la ragione di fondo del cattolicesimo e hanno già dato vita a veri e propri marchi di fabbrica politici giunti alla fase di crisi avanzata.

Prima di cercare una risposta al quesito, si faccia attenzione a non confondere l’osservazione del fenomeno con una celata volontà di emettere un giudizio affrettato. Se così fosse, ci chiuderemmo davanti ai nostri dubbi. Serve analizzare il modo in cui sono state messe in pratica alcune risposte sia spirituali che politiche che rimangono ancora chiuse in un sistema di pensiero che è oggetto del dubbio che vorrei suscitare. È uno sforzo rivolto all’incontro con gli altri alla ricerca di un terreno comune che permetta la discussione tra punti di vista discordi.

Dato il Logos fondante, la Cristianità si è diffusa in Occidente grazie alla sua caratteristica inclusiva, quella dell’Ampiezza della Ragione opposta all’autolimitazione sperimentale evidenziata da Joseph A. Ratzinger, allora Pontefice, nella sua lezione del 12 settembre 2006nell'Aula magna dell'Università di Regensburg, nota come Discorso di Ratisbona , già bersaglio di invettive e di oculate deformazioni.

Alla luce della nostra conoscenza di Dio, i fenomeni meta-cattolici che stiamo prendendo in considerazione rischiano di non essere più inclusivi nonostante vengano dichiarati tali con molta convinzione. Il rischio che sta alla base del dubbio è che la « volontà di obbedienza alla verità » si trasformi gradualmente in ritiro dalla realtà e rifiuto del ragionamento sotto la copertura del relativismo assunto come sistema superiore. Ne consegue il significato rovesciato della responsabilità e del Libero Arbitrio che, a sua volta, è la fonte del senso più diffuso di valori laici quali l’amore, il rispetto, il dialogo e dunque anche del senso dell’integrazione degli stranieri.

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Quest’ultima non potrebbe avvenire con gli strumenti dell’economia che vede nel supporto logistico in chiave umanitaria un proprio corollario; e non avverrebbe nemmeno con la gratuità amorevole di un atto di carità svincolato poiché queste modalità, anche se fossero considerate come compimento coerente dei rispettivi princìpi, come coincidenza della loro forma sociale con il loro contenuto, non dissolverebbero le ragioni per cui, nel sistema attuale, coesistono e confliggono diverse concezioni del mondo. Insomma, non sarebbero in grado di risolvere i conflitti sociali che dobbiamo affrontare.

In Occidente, a livello politico, si è sperato e si continua tutt’ora a sperare che la chiave d’interpretazione economica dei problemi sociali, sia locali che esteri, funzioni come metodo universale, come principio valido per assicurarsi le soluzioni necessarie sia ai vecchi che ai nuovi conflitti di diversa natura. Il marchio economico è stato posto alla base della definizione della realtà ed è considerato causa e conseguenza delle trasformazioni epocali tra cui anche quella che si sta generando con l’immigrazione di massa.

Si è sostenuto, in nome di un esperimento razionale, che fosse una spiegazione universale ed unica delle ragioni per cui si innescavano e si sviluppavano tali trasformazioni ma il tempo ha dimostrato sempre più chiaramente che la cosiddetta faglia economica, intesa come madre e punto di confluenza di tutti i problemi, non è altro che lo strato più superficiale della questione. Non solo, per molti politici, questa faglia appare erroneamente coincidere con i confini geografici dell’Europa occidentale assieme a quelli dell’America settentrionale escludendo, purtroppo, una dura realtà: che la faglia si muove internamente all’Europa stessa (e al Nord America) coinvolgendo da sempre anche le condizioni di vita dei non immigrati e le condizioni di vita comuni tra persone non più necessariamente unite dalla stessa visione della realtà e della verità.

Non è casuale, dunque, la diffidenza che questo contesto sta generando tra una parte dei fedeli ancor prima che essi prendano coscienza del dubbio. Questa diffidenza allo stato iniziale si concretizza facilmente in alcune domande diffuse che spesso riguardano la parte non cristiana. Queste domande andrebbero contestualizzate ulteriormente per essere comprese e poste in modo migliore. Andrebbero ricercate quelle che i cattolici dovrebbero rivolgere a se stessi.

Non tutti i fedeli hanno la possibilità di esprimere i dubbi che hanno in modo chiaro o di percepire immediatamente il nuovo contesto sociale in cui vivono ma non vi è nulla di strano in tutto ciò. Comunque non sono da escludere dalla riflessione come se fossero vite obsolete o cittadini inutili. Date le loro premesse storiche, sociali e spirituali, questi fedeli sono ancora ben predisposti all’apertura nonostante ciò che si predica di loro.

Nozioni ed Istituzioni:

Nelle società occidentali, se si osservassero da una certa distanza i rapporti tra le parti, si potrebbe rilevare con una certa immediatezza che le ragioni alla base delle richieste di integrazione e di dignità di cittadinanza avanzate dalle comunità non cristiane, rivolte alle istituzioni in nome dell’uguaglianza e della reciprocità non applicate altrove, risiedono direttamente nel rispetto dei propri princìpi socio-religiosi. Per varie ragioni, questa richiesta è prioritaria rispetto all’integrazione di tipo economico con buona pace della laicità dello stato che, diversamente, vorrebbe individuare le cause dei conflitti sociali nella mancanza di opportunità pratiche offerte sia ai vecchi che ai nuovi cittadini. Si presti attenzione a non confondere questa questione con altre come accade in tutt’altre interpretazioni.

Quindi, con questo sistema, il multiculturalismo viene svuotato del senso che dovrebbe avere e ne soffrono i due predicati ateo e aconfessionale poiché anch’essi, sostenendo per sé questo modello di presunta integrazione, accolgono e assimilano la struttura sociale di un falso dogma della democrazia che tende alla separazione permanente tra le diversità in nome di un’eguaglianza solo apparente. Si ghettizzano in un ambito razionale angusto a cui riconoscono la capacità di comprendere tutto ma che nei fatti impedisce loro di leggere le ragioni, anche le più spicciole, della realtà circostante e le dinamiche che si instaurano sia nello scontro che nel dialogo.

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Questo è uno dei sintomi più gravi della crisi del pensiero occidentale che si definisce razionale, universale e che, storicamente, si ispira all’illuminismo e ad altre successive correnti.

In questo conflitto generale, di dialogo simulato, la libertà è un paradosso in cui si nega il principio di condivisione per impedire la formazione di una maggioranza sociale che, in quanto tale, secondo questo falso dogma, sarebbe dittatoriale per definizione. Da qui provengono le due espressioni negative e speculari:“la dittatura della maggioranza” e “la dittatura delle minoranze”. Da qui provengono anche le critiche ai simboli e ai riti del cristianesimo e alle strutture che ne rappresentano la ratio, viste come interferenza nella vita di qualsiasi società libera che ne considera lo sradicamento la sua realizzazione ultima. È un processo storico in cui la razionalità diventa una velleità.

Infatti, sull’altro versante del confronto con la nozione di laicità, questa forma mentis non trova affatto contraddittorio che l’immigrazione di consistenti porzioni di popolazioni extra europee veda riconoscersi da varie correnti politiche italiane e comunitarie il diritto di costruire luoghi di culto e strutture educative confessionali funzionali ad un proselitismo in netto contrasto con questa nozione, anzi, ciò viene visto come dimostrazione dell’allargamento dello spazio sociale ove si praticano la libertà e la laicità omettendo di prendere atto che gli altri aspetti pratici, che dovrebbero riguardare la loro vita in Europa, sono di secondaria importanza per costoro poiché sono considerati consequenziali al radicamento del loro culto e della loro cultura nel nuovo territorio.

Non sto affermando che essi non hanno bisogno di buone condizioni materiali ma sto osservando che, nel loro sistema di vita, queste discendono dalla loro visione del mondo e dalla loro concezione di dio in contrasto con l’idea occidentale di integrazione che, a loro volta, considerano una forma di sradicamento e di degenerazione per altri motivi. Per considerarsi cittadini, non sentono il bisogno di rientrare nella concezione della laicità dello stato se non per l’opportunità di competere con essa, di diritto, nell’ambito dei princìpi fondanti della società attraverso la pari opportunità dell’offerta culturale e spirituale. Tale visione, nell’ambito economico, assume la forma di lobby ed è più evidente nelle grandi città dove determinate attività commerciali e di distribuzione sono saldamente in mano a determinate organizzazioni. Queste lobby vengono considerate dai politici occidentali come dimostrazione del successo di una strategia di integrazione che di fatto non esiste.

Lo stesso vale per il proliferare di partiti politici di dichiarata appartenenza religiosa che non hanno alcun punto in comune con la società in cui si formano se non il fine di garantire i non meglio precisati diritti dei membri delle rispettive comunità socio-religiose rivelando in tal modo la natura di mercato di voti che il sistema elettorale assume nelle democrazie occidentali. Così, per molti cittadini, è chiaro il meccanismo di svuotamento dei principi a cui molti politici si rifanno per giustificare determinate scelte funzionali a tattiche di potere. Dall’altro lato è una strategia di penetrazione e di proselitismo in società destinate ad adottare i propri principi e le relative forme sociali. Questa forma di nuovo potere si avvale di termini chiave quali l’antirazzismo e il razzismo, il fascismo e l’antifascismo secondo i casi.

La richiesta di concessione di spazio istituzionale, o quella che le correnti politiche a sostegno di esse amano definire come battaglia per l’uguaglianza, non contemplano la revisione del significato della religione come sistema integrale di identità e di vita sociale. Ciò ha conseguenze a trecentosessanta gradi sul significato di cittadinanza.

Il discorso però non si esaurisce nell’osservare cosa pensano e cosa fanno gli immigrati. Esso si completa in cosa pensano e cosa fanno gli europei cristiani (non solo cattolici) di fronte a questo quesito e di fronte a tutta la gamma di problematiche che porta con sé.

Molto probabilmente, I cosiddetti razzismo, xenofobia, o il loro contrario, il buonismo (assurto ormai a neologismo che, in Italia, descrive un sistema ideologico) e le reciproche accuse di populismo tra chi sostiene le rispettive teorie in occidente, dovranno affrontare una realtà diversa da quella che vorrebbero definire sin da ora poiché, a causa dei limiti razionali insiti nelle loro definizioni, perdono di vista il fatto che siano accuse improprie mutuate da nozioni diventate elusive, per non parlare del freno che certi tabù tematici pongono alla libera riflessione. Basti pensare all’ultimo rapporto 2015 della Caritas in Italia. I dati forniti indicano che l’immagine che la società italiana ha di se stessa è fasulla e sta alla base delle definizioni in negativo dei vari populismi.

Queste definizioni appena citate, invece di rispecchiare un ragionamento si affidano al gioco molto pericoloso delle tre carte in cui qualsiasi scelta sociale, di accoglienza o di rifiuto da una parte e di accettazione dell’integrazione o dell’auto ghettizzazione strategica dall’altra, sarà errata o quantomeno tendente all’incompletezza lasciando che la situazione sia condannata al peggioramento per forza d’inerzia. Non è da escludere nemmeno la nefasta conseguenza di una guerra civile funzionale ad interessi di classe o esterni.

È tipico di queste improprietà nozionistiche il fatto che certi discorsi si aprano sempre con le frasi del tipo: non sono razzista ma… non sono estremista ma… Ed è altrettanto tipico dell’errore di chi sta nella fazione opposta avere sempre sulle labbra la classica frase fatta sulla paura dell’Altro, del diverso , con tutte le sue varianti ad hoc.

È cosa molto comune ricattare i fedeli con l’accusa di aver paura o di essere inconsapevolmente razzisti, non veri cristiani. L’atteggiamento di sufficienza, di superiorità morale e culturale nei loro confronti è diffuso. È prassi generale escludere il punto di vista cristiano in quanto tale e surrogarne i princìpi a piacimento per assumere la parvenza di qualcosa che si possa definire dialogo sulle trasformazioni in atto nella società. Ne è emblematico, per esempio, l’uso dell’avverbio ormai di cui si sono serviti vari personaggi pubblici per propagandare l’idea che i problemi che viviamo oggi sono il giusto prezzo della modernità, il tributo alla giusta causa, connaturati alla retta via da mantenere.

Le conseguenze sono immediate: il fedele viene indotto a non considerarsi più come tale e si allontana dalla Chiesa. La disgregazione della comunità cattolica assume il significato di capacità critica e di pensiero autonomo.

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Questo è l’humus da cui muove questo atteggiamento spirituale e formale esclusivo (nel caso degli eventi meta-cattolici di cui sopra) che, in modo naturale, potrebbe tendere al sincretismo come ulteriore fase di maturazione della solitudine che alimenta.

Quali sarebbero i maggiori quesiti da risolvere?

Prima di tutto sarebbe bene soffermarsi su uno tra i tanti: le ragioni di tipo economico-lavorativo sarebbero le vere cause scatenanti del terrorismo diffuso in Europa occidentale come conseguenza dell’immigrazione di massa? C’entra veramente qualcosa la nazionalità di origine, il censo o la razza in certi atti estremi di aggressione? C’entra veramente qualcosa il grado di istruzione dei protagonisti di questo fenomeno? La mia risposta è no poiché il tipo di messaggio che è alla base dei tanti fenomeni che potremmo scegliere come esempio, la sua natura, è indifferente a questi parametri e li puo’ includere caso per caso secondo l’utilità, i mezzi e il fine, sia in particolare che in generale: tattica della povertà, strategia della ricchezza.

Nel caso della correlazione del grado di istruzione con la stabilità economica, si perde di vista che anche le scelte formative e spirituali alternative (o opposte a quelle ufficiali) comunque offrono stabilità economica sullo stesso territorio e si oppongono attivamente ai modelli sociali e religiosi diversi, considerati come da battere in un sistema competitivo in cui l’uguaglianza è solo la fase storica precedente alla realizzazione del proprio fine ultimo. Tattica dell’ignoranza, strategia della cultura.

È lo stesso meccanismo che genera la nozione speculare e il meccanismo di competizione tra il razzismo (xenofobia) e il buonismo già citati. Basti pensare quante persone di censo, razza, cultura e anche credo molto diversi sono già stati protagonisti di atti estremi che hanno ritenuto del tutto normali o giusti, anzi doverosi. Si pensi dunque all’errore di analisi che si nasconde dietro all’affermazione “radicalizzazione rapida”, “improvvisa” o peggio ancora “ inaspettata”. Se mi si concedesse l’espressione un po’ spinta, direi che qui si cade nella superstizione data la mancanza di strumenti culturali per interpretare cosa abita nella mente delle altre persone con cui si condivide lo stesso ambiente sociale e su cui si proiettano bonariamente i propri criteri di distinzione e di buonsenso. In tal modo si attribuisce ad altre religioni o ideologie una efficacia che rasenta la magia.

Presumo che il lettore, già dai paragrafi precedenti, sia tentato di pensare che io voglia risolvere la questione mettendo in dubbio il valore e la forza della Carità, cioè la virtù teologale. Non è così.

Per i lettori di qualsivoglia parte, cattolici inclusi, provare a risollevare la questione potrebbe metterli finalmente nella condizione di accorgersi che è squisitamente europea e ancora delimitata nell’area occidentale di essa dove si assiste, oggi, a fenomeni di proselitismo religioso dalla modalità inedita rispetto al resto del mondo dove non esistono mezzi culturali tanto permeabili che si appoggino ad ulteriori mezzi di coercizione come la censura di fatto o del plagio del pensiero cristiano sotto altre forme di conformismo ideologico.

In Europa questi mezzi culturali e ideologici di coercizione si avvalgono di categorie specifiche dell’Occidente quali le nozioni di minoranza, eguaglianza, libertà, povertà, migrazione, diritti.

Il metodo consiste nel caricarle di principi e di significati contrari al sistema che le ha generate identificando quindi la povertà con la razza, la libertà con la religione, l’operato di chi accoglie con l’inadeguatezza della sua cultura, l’effetto con l’accusa. Ne risulta un certo edonismo spirituale e morale di ritorno che presenta alcuni pericolosi punti in comune con la concezione di un dio di cui « conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che […] potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene ».

Alcuni laici in Italia hanno fatto fortuna politica nell’ultimo ventennio abbondante usando espressioni semanticamente contigue a questo meccanismo di sostituzione del senso quali il noto nuovo vocabolario della politica.

Forse ora al cattolico occidentale comincia a presentarsi, allo stadio embrionale, la possibilità di comprendere meglio che il problema è adattato alle sue forme mentali attuali attraverso falsi quesiti che riguardano il suo modo di rappresentarsi.

Questi procedimenti di inversione della logica occidentale di matrice cristiana si sono radicati grazie al relativismo culturale e religioso che hanno implicato. Cioè intervengono automaticamente nei processi logici di scambio sociale senza che ci sia bisogno dell’intenzione del soggetto. Quasi come una intelligenza artificiale difettosa. Il meccanismo qui descritto, per realizzarsi, non ha bisogno che il soggetto che lo critica neghi la validità della virtù della Carità poiché esso la scavalca e ha il potere di strumentalizzarla. Questo meccanismo lo ha innescato l’Occidente in casa propria arrivando anche a casi di radicalizzazione che definiscono il culto cristiano come deteriore.

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Quindi prima di evidenziare i punti in comune tra le religioni e lasciar passare tacitamente o inavvertitamente che il pensiero che sottendono non serva più a niente, occorre conoscere i problemi di fondo che mettono in crisi i loro rapporti perché metterebbero a nudo il problema nascosto nella nozione diffusa di laicità.

«Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture»

Prima di arrivare ad affermare pubblicamente, come fa qualcuno, che « siamo tutti credenti, obbediamo alla spiritualità come sorgente di giustizia – poi ognuno ha scelto la sua strada… » bisogna valutare bene se esistono al mondo religioni che abbiano mai abbracciato come proprio principio fondante l’arbitrio della scelta soggettiva e contingente concepita come dogma superiore al pensiero o alle virtù.

In secondo luogo bisognerebbe chiarire se le religioni coinvolte in un dialogo possano avere in comune la stessa nozione di giustizia. In terzo luogo bisognerebbe indagare quale pace consegue a quale tipo di giustizia.

Arrivare a relativizzare la cultura e la religione liquidando la questione con una affermazione del tipo «tanto abbiamo lo stesso dio» in nome della pacifica convivenza impedisce che essa avvenga nella realtà poiché, oltre ai veri problemi strutturali, favorisce il sospetto reciproco e vuol dire rendere la persona sostituibile (indifferente alla ragione) in funzione di quella utopia obsoleta secondo cui il sistema economico alla base delle democrazie occidentali avrebbe fornito e dimostrato all’umanità un sistema di uguaglianza intrinseca, mai scoperto prima. In molti dimenticano, inoltre, che in Occidente la questione della differenza di genere e di uguaglianza nel lavoro, tocca proprio l’aspetto non economico della verità.

Dopo questi interrogativi immaginiamoci cosa potrebbe significare per la controparte che si dovrebbe integrare in occidente una frase del tipo « siamo una faccia, una razza, e stesso mare». Come minimo ne rafforzerebbe le posizioni politico-religiose più estremiste con la conferma dell’accusa già esistente di paganesimo e politeismo nei confronti del presunto cristiano o dell’occidentale in genere, anche in quanto laico inteso come neologismo forzosamente opposto a cattolico. Quale efficacia verificabile potrebbe avere un possibile programma rieducativo basato su una tale concezione dell’integrazione?

I nodi che oggi cominciano a venire al pettine sono il sintomo dell’inceppamento di un indotto cultural-religioso circoscritto che, essendo stato giudicato corretto nel passato recente (quando ha avuto motivo di esistere in riferimento a fatti diversi) oggi potrebbe non esserlo più anche se si volesse ispirare a quello stesso principio insito nell’insegnamento di Gesù e condiviso con tutti gli altri cristiani del mondo.

Al di là dei fini dichiarati dalle parti coinvolte in certi fenomeni, apprezzabili almeno come atto di buona volontà, rimane il dubbio se non si tratti dello specchio della crisi antropologica in corso.

Date le trasformazioni sociali messe in moto, l’attuale modalità di applicazione della virtù della carità potrà incarnare ancora il principio su cui è fondata? In quali termini? Quale società sta contribuendo a produrre?

Queste domande aperte nascono dal fatto che il principio e il fine sono sempre validi poiché guardano al Logos attraverso cui l’Occidente conosce Dio e il Nuovo Testamento ma nel contempo ci sono altre cose che cambiano e che hanno il potere di cambiare le persone. Tutto ciò ci porta alla domanda: cosa è quindi la missione di un cristiano alla luce di questa forma della carità?

Il grado di esplicitazione di questo fenomeno in relazione alla moltiplicazione di assessorati di vari tipi e denominazioni sparsi su tutto il territorio nazionale è sintomo del suo crescente peso politico basato su parametri che vengono dichiarati ossessivamente di natura quantitativa, ovvero in relazione al dato di fatto della compresenza di popolazioni, religioni e culture diverse che dovrebbero avere somma zero sullo stesso territorio. La questione attende ancora di essere analizzata nel suo significato più profondo e quindi nella sua effettiva collocabilità nell’ambito della convivenza tra numeri o piuttosto nell’ambito di una crisi religiosa e sociale dovuta a una diversa interpretazione del principio fondante istituzionale e laico.

Parlare di sincretismo religioso, quindi, mette in luce un problema ampio, trasversale, che è passato inosservato per troppo tempo. I motivi di questa incapacità di osservarlo in occidente non hanno riguardato solo l’ambito cattolico ma anche quello tradizionalmente opposto ad esso in Europa che, generato anch’esso nell’ambito della cultura giudaico-cristiana e diversificato nelle varie epoche, ha la possibilità di confrontarsi solo con essa ma non ancora con altre religioni e non con altre culture in maniera altrettanto sistematica. Qui viene chiamata in causa la realtà intrinseca dell’intreccio tra religione, identità sociale e scientificità in un ambito politico che si dichiara ancora democratico.

«L'occidente», in virtù della sua appartenenza alla sfera razionale ellenistica e latina, che ha dato vita alla sua identità cristiana europea, non puo’ più fare a meno di tenere in considerazione che « da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente.»

A parte la fondamentale questione teologica, non prendere atto di una realtà di tale portata fa sì che le istituzioni stesse si mettano in discussione da sole con effetti negativi diretti sulla disponibilità alla partecipazione dei cittadini. La questione, tradotta in termini sociali, è poliforme e si articola attraverso eventi che mischiano insieme significati religiosi cristiani a tendenze innovatrici che, se pretestuose, causano più danni che giovamento al vero dialogo.

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