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L’estero, questo sconosciuto – Il Caos a Casa

Mercoledì, 23 Marzo 2016 10:45 Scritto da  Philip Farah
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Il 14 settembre 2015, in una intervista rilasciata alla giornalista Aura Miguel e passata sull’emittente cattolica portoghese Radio Renascenca, di cui hanno dato ampia notizia varie testate italiane, il Papa ha affermato che l’attuale crisi d’immigrazione in Europa è la punta di un iceberg.

Il Presidente della Repubblica Italiana Mattarella dichiara durante le sue visite ufficiali all’estero che, per questa crisi, ci vuole una soluzione a livello Europeo e non è il solo a richiederlo.

Questi due riferimenti, al di sopra di tanti altri riconducibili al tema dell’immigrazione, mi hanno incoraggiato alla riflessione che sto per sviluppare in modo sintetico qui di seguito, lungi dal farmi interprete delle intenzioni e del complesso del sistema di pensiero del Santo Padre o del nostro Presidente della Repubblica.

Il martellamento dei media, sia nazionale che internazionale, insiste sui naufragi che si moltiplicano in proporzione all’aumento esponenziale del traffico umano e degli sbarchi. Gli arrivi via terra da Est sono diventati anch’essi una consuetudine accompagnata a sua volta dalle valutazioni sulle diverse risposte all’emergenza ma sostanzialmente nulla cambia rispetto alla situazione da risolvere. Il tempo passa e i problemi si aggravano, si radicano e cambiano continuamente i connotati della situazione.

Dal punto di vista delle strutture:

Nessuno sulla stampa però, almeno in Italia, ha posto sistematicamente la domanda a quale massa restante e ancora occulta appartenga questa punta emergente. Pochi si sono interessati all’analisi di quale natura fosse il resto del corpo sommerso. Non che sia solo un problema della stampa. E’ anche un problema dell’opinione pubblica che, a sua volta, determina almeno in parte le decisioni politiche che devono essere prese nel contesto internazionale e in quello di crisi.

La domanda che si sarebbe dovuta porre in modo corretto, al di là della questione delle diverse religioni o delle diverse culture e al di là delle questioni economiche tirate in causa, avrebbe dovuto affrontare il difficile compito di ricercare una visione metodica dell’insieme dei fatti ed individuare, tra i parametri pertinenti, quali siano i fondamentali per rendere più efficaci le strategie già messe in atto o quelle future, presumibilmente più corrette, e quali altre dovranno stabilirsi a monte della crisi europea interna che, a tratti, si vorrebbe affrontare ma a tratti, al contrario, si vorrebbe sfruttare secondo le contingenze e le scadenze, ma non ancora secondo una direzione generale nonostante questo intento sia ampiamente dichiarato e basato sulla utopia della società multietnica e multiculturale che dovrebbe trovar posto nell’Europa Occidentale. Ne è conferma la violenza montante e le difficoltà estreme, tutte correlate, che nascono sia in loco che in altre aree antropiche in cui coabitano etnie, culture e religioni diverse.

Oltre alla difficoltà dovuta all’assenza di un metodo di analisi del problema in Europa Occidentale, cioè assenza di un metodo che rifletta l’esistenza di una struttura culturale e sociale portante ed unificatrice che risponda alla crisi (mi si conceda per ora l’affermazione secca in attesa di chiarimenti) ci sono anche le interferenze delle contingenze convenienti provenienti dall’esterno, della loro ambiguità e delle opportunità legate ad esse, foriere di nuovi equilibri economico-politico-religiosi profondamente intrecciati tra loro e non più distinguibili come invece era accaduto di poter separare nel passato recente e nel presente in questa parte dell’Occidente europeo (si vedano anche le precedenti riflessioni sugli aspetti della rivoluzione interna in corso in Europa Occidentale nel mio testo dal titolo “Sulla questione dell’Interculturalità in Europa” ).

Si delinea una chiara situazione di squilibrio tra fattori (pesi e misure) costituenti il resto della massa dell’iceberg in cui il caos puo’ prendere facilmente il posto delle leggi, ne puo’ determinare di nuove e spingere verso direzioni determinate da temporanei legami sul territorio tra nuove e vecchie élites appartenenti a nazioni differenti sia in cultura che in religione, sia negli intenti sociali effettivi (ideologici) che pratici (regolamentati o non ancora tali). In pratica ci potrebbero essere delle coincidenze di intenti contingenti ma non nei progetti, sia a livello di nazioni che di popoli. Si profila quindi un periodo di transizione sia a livello di istituzioni che a livello antropo-geografico discordanti tra loro anche se appartenenti ufficialmente allo stesso territorio europeo occidentale ed istituzionale.

Gli strumenti e gli equilibri classici della politica europea, della sua economia, della sua cultura e della sua strategia militare sembrano scricchiolare di fronte ai nuovi strumenti “d’attacco”, soit disant, o direi meglio d’approdo e radicamento che arrivano dall’estero. Questi nuovi criteri di azione (verso) e penetrazione (nelle) società europee oggetto di questa nuova ondata di cambiamenti, gestiti anche da strutture di potere esterne già note ma assurte a nuovo peso, e conseguenti mire, hanno la capacità di passare tra le maglie delle strutture occidentali esistenti senza essere intercettate, lette, e senza trovare correzione o indirizzo interpretativo efficace per focalizzare sui fini stessi delle le parti in causa. Il rapido fiorire di commissioni, enti e figure di assistenza sociale sul territorio europeo mirate anche al dialogo interculturale e religioso (e relativa iniziativa diplomatica sia verso l’interno che verso l’esterno) potrebbe rivelarsi del tutto superfluo come contributo alla risoluzione di questa crisi europea finché non verranno messi a fuoco i pesi e le misure nel metodo sia ideologico (in quanto sistema di pensiero) che politico di chi vorrebbe prendere questa iniziativa.

Rimane aperta la questione per cui questo cambiamento sia stato compreso o sfruttato da chi ha l’attuale regia e la responsabilità dell’azione dal momento che appare sempre più spesso che non pochi dubbi sorgano sulla capacità di controllo dei fatti e delle conseguenze in atto. Sempre più spesso si sente dire che la situazione è sfuggita di mano e ciò potrebbe non essere solo una questione di percezione dati i problemi in questione e la loro estensione in continua evoluzione.

Per ora ci basta individuare il meccanismo del caos in casa in relazione ad un Estero che, al di là dello studio teorico vigente, permane sconosciuto all’atto pratico e non è solo questione di inefficienza dell’intelligence di turno come potrebbe sembrare dai commenti nei media a proposito dei pericoli corollari. Ciò è avvallato anche dal fatto che i fenomeni in atto potrebbero più appartenere al meccanismo della sostituzione tra popoli e non a quello dell’alterità tanto messa in risalto da decenni di propaganda a livello accademico. Si aggiunga che, alla luce delle affermazioni dei politici ai vertici della Comunità Europea, specie nell’ambito degli affari esteri e in chiave diplomatica (che a sua volta, si sa, ha le sue necessarie modalità) si riscontra ultimamente la tendenza a rivisitare in modo radicale, in chiave non propriamente corretta dal punto di vista storico, molti fatti evidenti e inoppugnabili riguardanti i rapporti passati tra civiltà e religioni.

A questo panorama europeo dissestato conseguono infinite polemiche contrapposte sulla validità o meno dei principi universali difesi dall’Europa Occidentale, secondo l’opportunità, sia da parte degli Europei sia da parte dei non europei che si trovano ad esserne cittadini (o futuri tali) e presenti sul territorio per vari diritti a loro concessi. Queste polemiche stanno definendo una separazione mai vista prima, nei suoi tratti, tra un’idea di cittadinanza ispirata ai principi universali e la cittadinanza concreta che si imbatte in problemi reali. Lentamente, la sfera del politico in Europa Occidentale rischia di scindersi, ancora una volta, da una componente umana essenziale alla creazione di valore nella società. Lo scollamento tra ciò che è politico e ciò che è reale e tangibile subisce una ulteriore spaccatura che ricalca le orme di altri avvenimenti passati che hanno segnato varie epoche in Europa soprattutto dall’età moderna in poi. Il politico” propriamente detto sta perdendo ulteriori fattori di equilibrio tra cittadinanza e valori condivisi. Agli occhi di buona parte della cittadinanza, i meccanismi di questo scollamento sono alla base di una burocrazia incomprensibile oggetto di critiche negative. Questo sentimento indica come comune denominatore di questa buro-democrazia la deresponsabilizzazione di chi è in carica nei confronti degli elettori esposti ai fatti e, pertanto, l’attività politica viene percepita come l’attività di una casta a parte. Se i problemi restano dove erano, continueranno a mutare la loro portata.

Sarebbe opportuno tenere ben presenti anche due fattori variabili molto suscettibili di cogliere le opportunità offerte da questo tipo di sentimento: il sistema corruttivo e quello della criminalità organizzata che dovranno decidere le proprie alleanze sui territori.

Si pensi per esempio a quella cellula terroristica che si stava rifornendo di armi da un’organizzazione mafiosa italiana e nel contempo all’offerta di Riina di liberare il territorio italiano dalla presenza di elementi ISIS in cambio della sua scarcerazione.

Qualche analista ha cominciato a paragonare questa evoluzione tendenzialmente incontrollata della struttura che regge i fatti della crisi al collasso dell’Unione Sovietica al quale abbiamo assistito all’inizio degli anni Novanta. Se volessimo fare un esercizio di simulazione, un po’ forzata, dei fattori in ballo si potrebbe ipotizzare un futuro scenario di spaccatura tra le popolazioni dell’Europa stessa che si opporranno tra loro con diverse chiavi di “lettura”:

  1. uno scenario di indipendentismo islamico interno all’Europa (di cui esistono già la massa critica e i  partiti organizzati per la propaganda e il proselitismo) mirante a secessioni di vari territori che nel presente fanno parte di stati europei sia con mezzi politici che con mezzi militari o para militari con finanziamenti esteri e sostegno politico-religioso anche interno all’Europa con il fine di creare nuove frontiere istituzionalizzabili. Tale fine potrebbe essere perseguito in vari modi tra cui la falsa riga dell’indipendentismo catalano, di quello scozzese, di quello irlandese e altri ancora tra cui, non ultimo, il caso irrisolto del Mezzogiorno d’Italia. Inoltre, anche se per ora è una eventualità remota, l’innesco di guerre civili fornirebbe l’humus adatto allo sviluppo di nuove strategie funzionali alle mire di altre nazioni al di fuori dell’Europa offrendo così la possibilità di giocare nuove carte negli equilibri nuovi che stanno sorgendo in Medio Oriente e anche in chiave anti o pro russo/cinese. In termini di test, si pensi ad alcune premesse come le rivolte a sfondo etnico-religioso delle banlieues di qualche anno fa a Parigi, oppure alla situazione di Marsiglia e delle statistiche sui fenomeni di aggressione a sfondo sempre etnico-religioso su tutto il territorio francese. Si pensi alle recenti rivolte a Londra o ai ripetuti fatti isolati correlati a scuole, moschee, centri culturali. Anche il Belgio e i paesi scandinavi non ne sono esenti. Si pensi, inoltre, ad alcuni casi diplomatici emblematici come l’offerta fatta dal Qatar o dall’Arabia Saudita al governo francese per risolvere la crisi delle banlieues con propri mezzi oppure a quella fatta in Catalogna alla vigilia della campagna elettorale in Spagna, pochi anni fa, che addirittura prevedeva come merce di scambio politico la costruzione della più grande moschea d’Europa sulla Plaza de Toros di Barcellona. Si pensi alla proposta di fondare una università islamica a Lecce completamente finanziata con capitali esteri, nonostante l’imbarazzo evidente delle istituzioni locali di fronte alla necessità poco chiara di tale proposta fortemente voluta in nome dello scambio culturale e della pace tra i popoli. O quel network in sviluppo di imprenditori tra cui spiccano alcuni convertiti dal cristianesimo e dall’ateismo che puntano alla naturalizzazione di prassi politico-religiose, non solo necessariamente islamiche, attraverso gli affari e la scelta di campi specifici d’investimento. Salta agli occhi quanto il fattore religioso importato sia diventato un parametro discriminante in territorio europeo sia a livello sociale che economico che politico.
  2. uno scenario di separatismo europeo (freddo o caldo che sia) diverso da quello islamico (ma parallelo) e diviso in due parti per ora teoriche: quella che intenderà rimanere nella sfera di influenza degli USA con alleati e sostenitori politici anche nei poteri sunniti che continueranno ad estendere la loro sfera di influenza in Europa (come già accade da tempo se si prendessero in considerazione altri processi diplomatici ed economici avviati sin dagli anni ’60 e ‘70 del XX Secolo) e dall’altra parte quella che intenderà riconoscere un ruolo, non esclusivo, di peso politico-economico e militare alla Russia e alla sfera di possibili alleati sciiti ma anche di alcuni sunniti che non accetteranno l’imposizione di governi fondamentalisti oltre ad altre nazioni di appartenenza cristiana ortodossa e cattolica dell’Europa dell’Est. Non si ignori neppure il caso della Grecia ancora gravido di novità nell’ambito dei nuovi equilibri ancora da stabilire. Se proprio si vorrà utilizzare la definizione corrente di nuova guerra fredda, allora bisognerà aggiornarne il carattere: una guerra fredda tra l’aconfessionale e il religioso in cui il territorio conteso sarà l’Europa Occidentale che attraverserà un lungo periodo di forte insanabilità politica e sociale con conseguenze pesanti sulle sue popolazioni e sui suoi connotati antropologici quindi, anche, strategico-militari. Questo  scenario ipotetico avrà come fattore determinante la trasversalità delle alleanze o delle opposizioni con paesi al di fuori dell’area occidentale dell’Europa e determinerà l’esito di queste ipotetiche tendenze simulate in territorio occidentale se le condizioni politiche attuali in quest’area non muteranno in modo efficace e in tempo. Gli interventi militari in Medio Oriente o in Africa, per quanto efficaci sul campo, non bastano affatto a risolvere un problema che sta ben dietro le truppe. Un problema che affligge dall’interno il committente politico.

Dal punto di vista del senso comune e dei media:

Dopo le primavere arabe, da un punto di vista pratico che riguarda i media, i social network sembrano essere entrati nella fase più matura del potere di fare propaganda e contro informazione cambiando la modalità di distribuzione del prodotto informativo e il suo confezionamento. Con essi si propagano notizie e informazioni opposte dando una forma non chiara alla punta stessa dell’iceberg in questione. Le informazioni sono corredate dalle dimostrazioni tagliate su misura per ogni bisogno sia nazionale, sia politico, sia culturale e ad ogni livello di  capacità d’interpretazione dell’utenza. Una stessa informazione diventa multicefala e multilivello, modellabile sul set culturale dell’utente che ha l’impressione di essere partecipe al dibattito e di essere capace di pensare al di fuori delle apparenze. Nei decenni passati ne sono stati anticipatori, a loro modo, i gruppi di proselitismo islamico che hanno avuto modo di accrescere la loro capacità di strategia politica basandosi sulle reazioni dei locali (nei paesi arabi d’origine) e poi nei paesi del nemico” occidentale che nel frattempo si è tenuto a bada da solo dall’illusione che, all’indomani della caduta del muro di Berlino, la Storia si fosse arrestata a suo favore, quindi presumendo che i caratteri della cittadinanza si potessero omogeneizzare ovunque nel mondo, e quindi concentrando i parametri di valutazione solo sulla risposta economica come valore di giudizio nelle questioni internazionali come in casa propria. Nel frattempo anche parte delle popolazioni locali d’origine, già citate, si sono trasferite in Europa Occidentale per le stesse ragioni economiche e hanno continuato ad elaborare in chiave strumentale i messaggi di proselitismo antioccidentale in un modo più consolidato innescando anche un meccanismo di emulazione identitaria tra cittadini appartenenti ad un’altra religione che nei decenni precedenti non era nemmeno immaginabile. C’è stato un vero e proprio transferimento. Infatti, rispetto alla permeabilità alla sfera religiosa, questa nuova ondata segue quella precedente, vissuta dai Baby Boomers fino alla Generazione X, in cui la tendenza all’identificazione di nuovi valori nelle “religioni” asiatiche, come nel buddismo, nel confucianesimo o nell’induismo o sette di vario tipo, ha costituito una caratteristica generazionale catalizzatrice di “resistenza” agli aspetti ritenuti negativi della cultura occidentale da parte di una fetta eterogenea della popolazione europea ma non era riuscita a fare quel salto politico-qualitativo che l’Islam ora ha fatto sia in Europa che nei paesi arabi basandosi su correnti religiose già esistenti, radicate, e che hanno dato alla luce regni e pesato su nazioni con stretti legami con l’Europa. Questo punto mette l’accento su quali saranno le sfide future dell’idea di laicità dello stato qui. Ecco perché la portata delle varie migrazioni non va confusa con il calderone monotematico della povertà e non va definita in modo socialmente bidimensionale (censo e razza) secondo le caratteristiche delle fasi precedenti che l’Europa ha già sperimentato. Essere poveri non implica pensare il mondo allo stesso modo tra poveri, non implica per il povero la perdita della propria cultura a favore di un altro povero. La dimensione economica non basta e non è l’unica risposta al povero per risolvere i propri problemi di identità sociale. Se cominciassimo a pensare in questo modo, capiremmo quanto la questione della delinquenza sia distaccata dalla portata della presenza di una determinata cultura su un territorio.

La guerra mediatica delle accuse reciproche mosse sulla base dei dettagli storici sui social network in Europa attinge molto materiale e argomenti da vari fronti tra cui quello collaudato e fecondo della questione israelo-palestinese e delle tematiche legate all’epoca del colonialismo in vari gradi e sfumature.

Esiste una grande offerta di notizie eterogenee basate sugli stessi fatti. Tra i temi caldi (ma anche i più osceni) si passa dall’ostentazione della morte dei bambini innocenti alla conversione ad una religione o, per contro, alla persecuzione di tale atto di apostasia. Si spazia dalla ricerca meticolosa di indizi che dimostrino la correttezza di teorie politiche dei tempi della guerra fredda, alla questione dell’unità nazionale messa in dubbio dalla libertà religiosa (per es. il caso della Turchia dove si associano Curdi e Cristiani traditori in un fantomatico complotto volto a distruggere l’integrità della nazione garantita dall’islam, oppure il modo di sollevare certe questioni religiose da parte di Donald Trump nella sua campagna elettorale in USA). Questi sono solo alcuni esempi ma la lista si puo’ estendere ben oltre includendo ancora molti fatti di discriminazione religiosa ma anche di genere. Forse l’accento posto qui sull’aspetto religioso del sentire comune potrebbe sfuggire ad alcuni lettori occidentali. Il peso qui dato a questo tema nasce dal fatto che la conoscenza di varie fonti di riferimento in rete mostra che la chiave religiosa sia la base culturale quasi esclusiva di moltissimi utenti in occidente e ciò è stato possibile grazie alla conoscenza di varie lingue che permettono il contatto sincero e onesto con tutta quella parte occidentale, o che ha stretti legami con l’Occidente, che non usa quasi per niente le lingue nazionali europee per comunicare.

In tal modo l’opinione pubblica dell’Europa Occidentale si frammenta, conosce un processo di isolamento tra i suoi schieramenti interni. In un primo momento gli argomenti veicolati non sembrano poter parlare a delle menti già vaccinate contro una comunicazione così palesemente ingenua e semplicistica nelle sue modalità (non mi riferisco a nessuna religione, ma in generale, come anche ad argomentazioni politicamente allineate). Spesso, però, le risposte di non poca parte degli utenti lasciano sorpresi proprio sulla correttezza della modalità comunicativa indotta tralasciando così il soggetto che si dovrebbe trattare, che necessita di elaborazione, a favore di quell’humus culturale indistinto che si è formato negli ultimi decenni di miraggi storici e che non trova ancora, e forse non potrà trovare ancora, un riferimento comune per i tempi attuali di crisi.

Uno degli errori di prospettiva più comuni sta nel cercare una soluzione alla crisi partendo dall’accusa alla lobby di turno o alla religione di turno ecc… Al contrario, vanno cercati i motivi dei fallimenti messi a segno di questo tipo di cultura (l’accostamento tra il fallimento e il mettere a segno non è casuale).

In termini più semplici, l’iceberg sommerso non viene nemmeno sfiorato in tutto questo affanno partecipativo. Tra i termini simbolo di questo processo inutile a livello analitico troviamo per esempio “razzismo”, “populismo”, “diritti”, “libertà”, “povertà”, “esclusione”, “disoccupazione”, “periferie”, “religione”, “offesa”, “laicità”, “integrazione”. Chiunque puo’ usare questi termini nei significati più opposti che ci possano essere e ciò non contribuisce affatto alla messa a fuoco della questione del bene comune.

La frammentazione generale dell’informazione, e delle opinioni, rispecchiano l’obsolescenza dell’interpretazione di alcuni studi accademici in Occidente che hanno avuto la massima risonanza dagli anni ’90 in poi e assumono i chiari contorni di un meccanismo di crisi che, accompagnando l’opinione pubblica in determinati incasellamenti sicuri nei loro significati, ma permeabili all’azione esterna, si ritira e preferisce mimetizzarsi nei dettagli e quindi non è più percepibile direttamente come tale: questa crisi è filtrata sia in senso storico che in senso linguistico/ terminologico.

Sia la situazione materiale che sociale attuali ne sono la dimostrazione sotto gli occhi di tutti, quella che tutti, al di là delle proprie opinioni, stanno vivendo sulla propria pelle.

Il punto di vista più o meno ideologico dell’opinione pubblica nelle sue diverse sfaccettature, assieme a quello dei politici europei autoctoni, non incontra ma evita quello sbarramento che a un certo punto della prassi sociale o della vita politica deve permettere di trovare il proprio riscontro nei fatti reali. Questi fatti basilari non vengono riconosciuti e ciò ha delle conseguenze negative sulla la ricerca della soluzione che si riduce alla ricerca di pretesti avendo cura di non andare fuori dai binari delle leggi vigenti nate in un contesto politico, religioso e sociale diversi. Non è di secondo piano l’affermazione del Segretario Generale NATO Jens Stoltenberg per cui si dovrebbero aggiornare le regole vigenti per evitare escalation errate e non desiderate.

Se nel campo pratico, in questa fase storica, è difficile riscontrare l’effetto atteso dei principi e delle idee politiche predicati, diventa praticamente impossibile la visione comune di una prospettiva e di una esperienza sociale che dovrebbero avere fini più “alti” della propria individualità quale essa tende ad essere  erroneamente concepita nella crisi presente. Ciò è altamente improbabile che accada in una società fortemente sbilanciata sul versante dei diritti soggettivi nati da una ideologia che nega la natura sociale dell’essere umano e che egli possa realizzarsi pienamente in relazione, in quanto membro di una società e di una comunità. Al contrario, questo tipo di diritto individuale assurge a valore assoluto che si rivela l’opposto in quanto decaduto a dettaglio nella realtà dei fatti. Un diritto individuale decaduto a strumento di un particulare che manda in esilio il bene comune basandosi sulla casualità ideologica dei rapporti sociali, sull’indifferenza alle identità.

Questo genere di interpretazione della società ha trasformato la cittadinanza da un modello concreto nato dai principi universali del bene comune a un bene di consumo acquistabile fuori dalla sfera della condivisione sociale e dell’identità a cui si contribuiva personalmente in modo riconoscibile. Essa è economizzabile in termini culturali e pretende di saltare a piè pari le fasi di produzione e di scambio che potrebbero, al contrario, fornire dei presupposti diversi per una sintesi diversa dell’attuale senso comune di diritto. Il problema presenta dei paralleli con le discussioni mai risolte in seno al sistema comunista quando si discuteva di cosa fosse e come dovesse essere messa in atto la real politik.

Nel nostro caso, invece, la cittadinanza puo’ avere diverso significato secondo le disponibilità economiche del cittadino vecchio o nuovo che sia. Infatti, nella fase preparatoria della maturazione di questa crisi, una delle espressioni più usate dai cittadini era “io pago le tasse” come risposta universale a qualsiasi tipo di problema sociale che venisse in evidenza. Non era un’affermazione errata ma stava incubando una trasformazione che oggi è più chiara.

Un altro termine simbolo, più aggiornato, che puo’ spiegare questo vuoto strategico riguardante il concetto di cittadinanza attuale è laicitàdi cui l’uso è talmente lontano dal suo significato cristiano di provenienza da poter essere usato in senso opposto a quello di cristiano da cui traeva la radice e il significato sociale comprensibile. Infatti il laicismo, applicato nella sfera dei diritti, non è ancora autosufficiente per dare una risposta alla crisi in atto. Il problema di base della definizione dell’ideologia impropriamente definita laica nasce dal fatto che lo Stato in Europa si vuole definire aconfessionale ma anche a-generico abolendo le disparità tra generi, a-etnico e così di seguito ma non trova ancora (dopo secoli) il termine originale ed intrinseco che ne definisca la natura e ha ancora la necessità (giusta o sbagliata che sia) di distinguersi dall’identità cristiana anche nei casi in cui ne vengono a galla i limiti. La causa di questo problema nasce dal lungo processo di oggettivazione del soggetto che ne nega la sua natura di soggetto. Questo processo  viene abitualmente identificato nei meccanismi del capitalismo ma ha corrispondenti in culture e religioni diverse, al di là dei confini culturali dell’Occidente.

Nell’oggettivazione i diritti non rispondono più al lato umano della questione (già difficile di per sé e non scontato affatto nell’analisi) ma al lato del consumo della sua crisi come prodotto compreso dalla Ragione Economica vigente (dove Ragione sta per sistema razionale dai termini identificabili e analizzabili). In più, questa oggettivazione osservabile della persona trova terreno molto fertile in molti immigrati che, non avendo riferimenti sociali o religiosi che forniscano esperienze utili alla comprensione del nuovo ambiente o che possano offrire sistemi efficaci di inserimento (non solo per colpa delle culture ospitanti) o qualche antidoto al problema, diventano una vera e propria palla da cannone lanciata in un mondo di diritti di cui non condividono il principio, né la cultura, ma ne individuano solo l’opportunità offerta di far valere un altro sistema ad esso opposto in nome della libertà concessa a livello universale chiudendo in tal modo il cerchio della sostituzione tra culture e tra cittadini ovvero creando il conflitto sociale ed anche il rifiuto deluso da parte di chi si aspettava un altro risultato da questo progetto sociale che, a quanto pare, non ha mai mosso i suoi passi al di fuori del senso del matrimonio riparatore tra presunto carnefice e sua vittima, peraltro molto discutibile se si esaminasse la Storia delle diverse culture. Siamo quindi faccia a faccia con la struttura della relatività sociale in Occidente e con le sue conseguenze.

Infatti il relativismo sociale occidentale ha mutato gradualmente significato: da essere il referente di un insieme eterogeneo ma conscio della questione in ballo nata dalle guerre combattute e dalle lotte politiche interne al sistema razionale occidentale in toto, ha assunto l’identità della colpa e dell’impossibilità (quindi perdita del diritto) di mettere in discussione la visione delle altrui culture nell’ambito del confronto. Sul versante occidentale si pongono automaticamente i propri principi, e il loro progetto sociale, in subordine rispetto agli altrui principi, cosa che sul versante delle culture e delle religioni extra europee, al contrario, è normale prassi e sistema. Infatti l’Occidente non percepisce come contraddittoria la rinuncia ai propri principi in nome delle ragioni economiche come se diventasse “due volte laicista” rispetto a se stesso ovvero si auto aliena rispetto alla sua possibilità di realizzarsi in nome del principio che predica. È un processo contraddittorio perché non trova la fine e quindi perde il suo fine sociale e rimane autoreferenziale. Il senso comune (il famoso orizzonte comune anche in Husserl) privato dei principi e della coscienza sociale che lo hanno materializzato nella Storia, rimane l’unica sintesi possibile di un sistema assurto a massima censura delle libertà in nome della massima libertà predicata. L’ultima propaggine di questa distorsione logica in Occidente si è concretizzata nel sostegno dell’Europa (e non solo) alle Primavere Arabe durante le quali si è dato sostengo ai gruppi fondamentalisti islamici definendoli il volto della democrazia che avanza, salutandoli come dimostrazione della rinascita delle speranze di uguaglianza sociale nel mondo arabo.

I principi su cui si basano molti tentativi attuali di risposta occidentale a questa crisi di cui la punta dell’iceberg è la crisi d’immigrazione, si avvalgono di armi spuntate poiché banalizzate come la ripetizione, la questione umanitaria (non banale ma banalizzata), l’urgenza che non permette margini di discussione, il ricatto morale incrociato a questioni economiche, l’insinuazione, la reciproca accusa, la strumentalizzazione ingenua, parziale o errata di fatti storici, la diffusione di false statistiche, o perlomeno parziali e non attendibili. Ma questi metodi, di cui sperimentiamo già abbondantemente l’inutilità per uscire dai tempi attuali, hanno cominciato a maturare una deriva di cui le giovani generazioni pagano e pagheranno un alto costo finché non sarà chiara per loro l’esperienza vissuta e le scelte culturali che nel frattempo saranno obbligate a fare per superare la crisi attuale e ciò che deve ancora portare.

Qui scatta l’impatto ad occhi chiusi con la parte immersa dell’iceberg: quali sono e dove si trovano i termini d’ingaggio con l’iceberg? E soprattutto quale soggetto europeo ne sarà il protagonista, il promotore, la nuova forza motrice? Quali caratteristiche avrà la sua classe sociale dominante che trarrà vantaggio da questa dinamica?

Il mondo viene vissuto dall’Occidente come se fosse a compartimenti stagni dove ogni area presunta stagna ha la capacità di modificare la natura di qualsiasi soggetto, cultura o mezzo vi penetri nonostante che l’Occidente sia stato il fautore dell’idea globalista dell’umanità e quindi dovrebbe aver acquisito una certa esperienza in questo ambito. Da questa contraddizione nasce il bisogno riparatore erroneo di dimostrare la capacità di apertura incondizionata sulla base dei valori universali di cui però, alla fine, non si ha un risultato tangibile al di fuori dei proclami di una economia (anche politica) sempre più astratta o trascendente.

Dal punto di vista della Storia presente:

In ogni epoca, uno dei metodi più comuni per tentare di interpretare i fatti del presente è stato il riferimento al passato. Questo metodo ha fornito le chiavi per le strategie da mettere in atto e per la loro propaganda. Ha fornito le giustificazioni morali per le azioni intraprese. In ogni epoca c’è stato qualcosa che si è ripetuto e qualcos’altro che ne ha rappresentato la novità e la peculiarità. I contemporanei di ogni epoca hanno guardato il loro passato e il loro presente in modi diversi e, in tal modo, hanno maturato le loro convinzioni e hanno mediato le soluzioni necessarie, non sempre quelle giuste, nel loro contesto.

Oggi tutte le parti in causache si affrontano all’interno dell’Europa occidentale stanno facendo la stessa cosa. Politici, politologi, specialisti, privati cittadini, associazioni, ambienti culturali, artistici e religiosi pescano nelle motivazioni, nei principi e nelle dinamiche del passato, in un modo che sfocia facilmente nella critica anti-sociale in quanto l’accusa di populismo o razzismo colpisce alla cieca sia le persone che gli argomenti che, più cautamente, andrebbero considerati con attenzione invece di essere confusi o bollati negativamente come mere pulsioni irrazionali.

L’arma letale per annullare ogni sforzo di comprendere cosa stia accadendo qui ora è l’accusa infamante di aver paura, la denigrazione del pensiero diverso dal proprio attraverso l’infamia dell’essere chiusi, di non aprirsi al prossimo, di non avere sensibilità per comprendere le difficoltà dell’altro. Un altro termine tattico, prossimo alla paura, che descrive bene questo reciproco apartheid ideologico è “l’odio” in tutte le sue declinazioni: incitazione all’odio, odio dello straniero, odio religioso, razziale ecc...

L’impasse storica e la cultura che produce questo atteggiamento confuso, al pari degli accusati, ricalca le contraddizioni e i problemi dell’economia che la regge.

A prima vista un’affermazione del genere potrebbe apparire errata poiché ciò che appare oggi l’Europa occidentale dovrebbe essere già la realizzazione di ciò per cuigenerazioni intere hanno lottato. Invece dovremmo fare i conti con il dato di fatto che ciò che stiamo vivendo non è affatto la realizzazione di quel risultato.

In Italia, per esempio, le nuove generazioni stanno pagando pesantemente le conseguenze della questione irrisolta di essere di destra o di sinistra. Una situazione di spaccatura sociale e generazionale che si trascina dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, di cui la soluzione e il superamento dello stallo attuale sono vissuti come un tabù che frena ogni tentativo di rinnovamento politico anche se molti tra i giovani sono ben consci che vestire questa o quella identità è ormai del tutto irrilevante data la natura dei problemi attuali che richiedono nuove competenze sociali e politiche. Culturalmente parlando si è in una situazione di arretratezza evidente che riduce i partiti, le liste civiche o le coalizioni a mere fazioni che necessariamente devono far capo non a una idea comune ma a una persona.

Il problema esiste e, spesso, la difficoltà di argomentare trascina il tutto verso idilliache speranze di amore universale consolatorio in cui si proclama che tutte le genti del mondo, prima o poi, si identifichino senza differenza alcuna. Ma questo non puo’ avvenire poiché non si puo’ più disincarnare (fare a pezzi) un problema sociale simile. Nemmeno il capitalismo ce l’ha fatta con la sua visione positivista né il decostruzionismo ha avuto strumenti adatti. Infatti, ciò che sta accadendo ora in tutto l’Occidente è la conquista di ulteriori posizioni da parte di una cultura generalizzata e un senso comune non universali grazie o a causa (non è dato saperlo ancora) di una visione che sta reagendo alle difficoltà sociali venute a galla nel momento in cui l’ambito di manovra della ragione economica si è allargato a tal punto da aver perso la sua dinamicità, la sua forza stimolante. Ha perso slancio a causa dei limiti strutturali attuali, non contingenti, delle società occidentali in cui si concretizza. Si tenga presente che per non laica e popoli non mi riferisco solo agli europei autoctoni o ai popoli bianchi presenti sul territorio ma includo tutte le razze, le culture e le religioni come spero di aver ben chiarito precedentemente.

In una situazione di crisi, quando il dettaglio di una singola informazione conquista la posizione centrale che non gli spetta, a discapito del contesto, la polemica e l’invettiva prendono il posto della strategia nella portata sociale e nella giustificazione del potere che la rappresenta. Soprattutto i media ne producono tanta costringendo (o forse agevolando) le rappresentanze degli stati Europei a mettere da parte gli argomenti strutturali per discutere di quote di redistribuzione o di regolamenti per la presentazione delle domande di asilo politico o di criteri di accettazione, di identificazione e di definizione di chi entra.

Si guadagna tempo sul da fare con chi si trova nella favorevole condizione di rifiutare di identificarsi, con chi usa la propaganda per entrare, con chi alimenta l’industria del traffico delle masse e in tal modo si sospende, o si evita almeno pubblicamente, la questione della sovranità degli stati.

Questo tipo di crisi è pericoloso perché va a toccare il tasto sensibile di ogni società: la questione della giustizia interna in connessione diretta con precedenti questioni in sospeso a prescindere dalla crisi attuale. In termini cronologici, ogni stato ha una storia che si tira dietro varie problematiche e le rispettive dinamiche possono essere “inquinate”, o inasprite, dall’interferenza di fattori esterni direttamente nel proprioterritorio istituzionale e nel proprio tessuto sociale.

Ciò che viene colpito direttamente da questo iceberg è l’equilibrio su cui si basa il potere e la sua legittimità in una determinata società.

Non è casuale la particolare attenzione che dedicano i partiti occidentali, i personaggi del mondo politico e i media all’altalena tra minimizzare la portata dell’immigrazione di massa e la sua esasperazione. Per esempio, sostenere che essa è del tutto ininfluente sia per numeri, impatto e conseguenze sociali è del tutto errato non per motivi quantitativi ma per motivi strutturali. Basti fare il paragone con il contesto e le regole dell’immigrazione nei paesi del Golfo, giusto per offrire un riferimento.

Gli argomenti strumentalizzabili a tal proposito sono numerosi. Se poi accade che una fotografia o un reportage fanno saltare il banco della discussione del senso dello stato in Europa allora il quadro del dettaglio, del particulare, come arma anti stato è chiaro. Si perde il senso del momento storico, del motivo per cui una società si definisce tale.

Se la mancanza di equilibrio tra i fattori con le ragioni già esposte si spostasse troppo al di là del tollerabile si potrebbero cominciare ad aprire nuovi orizzonti ideologici per cui si comincerebbero a mettere in discussione anche i principi fondamentali delle istituzioni vigenti. Ma ancor prima della messa in discussione dei principi sarà più facile provocare situazioni di rottura e conflitto sociale a livello locale non più risolvibili con il solo buon senso politico. Un esempio di un meccanismo simile si potrebbe fare con la situazione attorno al lago Ciad tra Nigeria, Niger e altri paesi limitrofi sotto l’azione dei Boko Haram.

Un ulteriore passo nella ricerca di ciò che sta sotto la punta dell’iceberg puo’ essere una più attenta analisi dell’affermazione frequente per cui il fenomeno è stato sottovalutato. Tale affermazione si vorrebbe estendere alle cause.

Non è così che starebbero esattamente le cose. Sottovalutare vorrebbe dire conoscere comunque la natura e la struttura del fatto fermo restando che l’intensità del fenomeno conseguente puo’ rivelarsi maggiore delle previsioni. Il fenomeno, se effettivamente sottovalutato, appartiene comunque alla natura del fatto preso in considerazione. Sottovalutare o sopravvalutare appartengono alla dimensione quantitativa del fenomeno. Ma noi ora stiamo teorizzando un errore di analisi della natura del fatto e quindi i fenomeni osservati (i presunti sottovalutati) non sono della stessa natura dell’idea preconcetta che si vorrebbe dimostrare e quindi non sono sottovalutati ma rimangono sconosciuti e sono una  causa primaria del caos in casa e degli innumerevoli dibattiti che spostano la questione.

Il politico sta scoprendo che non puo’ più limitarsi ad esprimere qualcosa di accettabile secondo le aspettative concesse (politicamente corrette) e deve fare i conti con il mercato dei voti che risente anche di altri temi caldi quanto reali e tangibili in questo periodo. Ecco perché ci si ritrova attaccati, o presi in ostaggio dal dettaglio a ogni tentativo di sintesi del discorso e quindi a ripetere infinite volte l’errore di scambiare l’effetto per causa. Alla lunga, la pericolosa conseguenza di questo errore sarà l’esplosione della violenza in Europa e il peggio è che saranno considerate cose naturali conseguenti a fatti compiuti insiti nella natura di quest’area a cui le nuove generazioni si adatteranno. Il processo di palestinizzazione o nigerizzazione, che dir si voglia, dell’Europa è già in atto da molto tempo e gode delle reciproche accuse tra le parti politiche europee stesse sulle quali si innestano bene gli interessi dei poteri esterni in fase di allargamento e di conquista di nuovi territori.

Quello che stiamo vivendo ora nell’Occidente tutto è un problema di metodo e non di valutazione conseguente. Per questo non è decoroso assistere alle bacchettate contro i propri generali da parte del presidente Obama che li accusa di aver manipolato in positivo i rapporti sulle operazioni militari contro l’ISIS in Siria il giorno dopo della dichiarazione di entrata in guerra della Russia. Non ha senso fare questo nemmeno quando si afferma che l’inchiesta fu avviata già mesi fa da una importante testata giornalistica. Ciò che ne risulta è l’impressione di una situazione talmente fuori controllo che si sta addirittura facendo lo scarica barile nei piani alti. Il problema sta nella sfera di competenze del committente politico.

Sul Versante Esterno:

Prima di fare un ultimo passo in avanti nelle osservazioni vorrei accennare, solo per poco, al fenomeno del rapido processo di acquisizione da parte di aziende, anche a gestione statale estera, delle aziende più importanti e storiche di alcune nazioni europee come anche in Italia. Il fatto che marchi di portata mondiale quali Pirelli ed altri siano di proprietà Cinese (per fare un esempio) o aventi come soci di maggioranza (o di consistente minoranza) degli importanti acquirenti del mondo Arabo ha delle implicazioni non necessariamente negative ma ne potrebbe avere alcune dirette sul comportamento politico della Comunità Europea: le decisioni che si devono prendere per risolvere i problemi interni all’Europa, sotto il profilo economico e sociale, potrebbero tendere a considerare come attori di tali soluzioni gli altri stati che possiedono interessi diretti in tali nazioni. In alcuni casi questo potrebbe essere un elemento a sfavore della coesione delle nazioni facenti parte dell’Unione ma anche a sfavore delle popolazioni. Non è una certezza ma solo una probabilità che dipende da diversi aspetti.

Il quadro non migliorerebbe se alla luce delle affermazioni ipotetiche appena fatte su ciò che avviene al nostro interno si prestasse un po’ di attenzione a cosa accade anche fuori.

Nel periodo in cui questo testo viene completato gran parte dell’attenzione degli attori principali a livello internazionale è concentrata sull’andamento della questione siriana che rappresenta una chiara sintesi delle altre situazioni confluenti che si sono sviluppate (ma anche delle occasioni perse) negli anni passati e nell’ultimo periodo. Se dovessimo fare un breve elenco di alcuni pezzi del puzzle, senza entrare nei dettagli, avremmo sotto gli occhi almeno quanto segue:

  1. la crisi dei profughi, non solo siriani, che si sovrappone alla precedente questione dell’immigrazione in Europa che dura da circa quarant’anni e che ha attraversato varie altre fasi
  2. attuale portata del ruolo dell’Arabia Saudita come membro del comitato consultivo del consiglio per i diritti umani e sua presidenza di turno senza dimenticare le discussioni che ha suscitato sulla credibilità di un’organizzazione internazionale qual è l’UNHCR. Questo è l’ultimo di altri fatti che hanno attirato l’attenzione di alcuni critici, come in altri casi quando si è trattato di alcuni episodi legati all’’accettazione delle richieste di profughi dal Medio Oriente. Si trattava di cristiani richiedenti asilo di fronte a commissioni di esame i cui membri erano musulmani (come in Turchia) e sembra che siano stati sollevati dubbi riguardo a questioni di discriminazione religiosa della commissione stessa. In altri casi si è parlato di discriminazione dei cristiani nei campi profughi.
  3. la posizione geo-strategica della Turchia, un paese membro della NATO che, parallelamente al ruolo che dovrebbe ricoprire come baluardo laico dell’alleanza, lavora incessantemente a sdoganare il programma politico religioso neo ottomano sul versante delle relazioni tra i vicini sunniti e i musulmani nel Caucaso (e relative conseguenze sul piano delle alleanze ad Ovest)
  4. incognite di pianificazione strategica in seguito all’entrata in azione di nuovi attori politici, militari e, non per ultimi, religiosi nello scenario internazionale
  5. domande sulla tenuta dell’alleanza strategico militare tra Europa Occidentale, nuovi membri NATO a Est e USA alla luce delle affermazioni di alcuni esperti militari (anche statunitensi) nell’ultimo periodo a riguardo della “dipendenza” dell’Europa Occidentale dagli USA sul piano militare specie nel confronto con la Russia. Non si comprende quali implicazioni politiche debbano avere queste affermazioni
  6. una situazione di crisi montante della Turchia in ambito regionale in relazione alla questione curda e i tentativi di forzare la mano ad alleati già messi a dura prova da problematiche proprie sempre più divergenti sul piano internazionale
  7. Propaganda Occidentale negativa sull’attore più importante nello scenario nord africano e non solo: L’Egitto, forse il paese più ricco di storia politica e di identità nazionale del mondo sunnita, paese chiave per i futuri risvolti della situazione anche in Libia e già riavvicinato alla Russia a causa degli errori strategici (se così si potessero chiamare) che hanno dato alla luce una delle tante “Primavere” scippate ai rispettivi popoli dal fondamentalismo violento basato sull’imposizione della legge coranica anche sulle parti di popolazioni autoctone non musulmane discriminate ma anche su quelle musulmane non della stessa veduta
  8. le prossime elezioni presidenziali degli USA e la loro portata sullo scenario attuale specie nei rapporti con la Russia e con la Cina
  9. la prossima scadenza del periodo delle sanzioni alla Russia e le discussioni che aprirà in fase di valutazione sia in ambito UE che nell’ambito degli equilibri economici di maggior portata a livello mondiale. Non dimentichiamo l’idea nascente della “dedollarizzazione del petrolio” promossa da Cina e Russia in concomitanza della nascita della “nuova via della seta” promossa dalla Cina
  10. il fallimento della strategia dei prezzi del petrolio al ribasso iniziata più di un anno fa come soluzione alla nuova fase di ritorno della Russia sulla scena internazionale
  11. l’eventuale portata effettiva che si avrà dopo l’incontro del Papa e del Patriarca di Russia a Cuba e relativo testo di dichiarazione d’intenti
  12. le finalità e le modalità della guerra saudita in Yemen. Non è difficile mettere in relazione il ruolo del regno saudita nell’ambito della commissione per i diritti umani e le azioni belliche perpetrate ai danni della popolazione civile che evidentemente non rispettano tali diritti
  13. la comprensibile difficoltà del suddetto regno a gestire l’evoluzione della strategia d’instabilità nell’area alla luce del raffreddamento, forse solo temporaneo, dei rapporti con gli USA a causa del sollevamento degli embarghi contro l’Iran e della politica petrolifera in corso
  14. gli inneschi politico-economici di grande portata che la Grecia potrebbe rimettere in moto da un momento all’altro a causa della politica dei due pesi e due misure adottata nei confronti della Turchia sia in ambito di aiuti finanziari sia in ambito di politiche per l’immigrazione
  15. la fragilità della tenuta dei nuovi equilibri forzati nei Balcani. Serbia, Bosnia, Kosovo, Montenegro docent anche alla luce della crescente infiltrazione del fondamentalismo finanziato da nazioni esterne all’area

Questa breve sintesi che non tocca molti altri aspetti, come l’asse Berlino Mosca, serve ad aiutare a comprendere come le crisi in atto siano pezzi di un generale cambiamento negli equilibri interni delle nazioni sia europee che extra europee. Inoltre occorrerà chiarire nel prossimo futuro quanto non sia più possibile sostenere l’idea di una nuova guerra fredda vecchia maniera come soluzione ai nuovi problemi nazionali. Una simile scelta farebbe solo del danno al capofila occidentale, gli USA, e di conseguenza ai suoi più stretti alleati. A tal proposito, non dimentichiamo quanto poco chiaro sia stato fino ad ora il tentativo di sviluppare una nuova strategia di risposta ai conflitti ibridi e la conseguente definizione della tattica “grigia” di guerra locale mutante.

Tenendo presenti questi elementi interconnessi, non si possono ignorare ulteriori fenomeni in movimento sul fronte Europeo: la questione del Brexit e conseguenze sulla traiettoria politica della Scozia, la campagna ideologico-religiosa di riconquista islamica dell’Andalusia (ovvero il revisionismo in atto sulla natura della prima occupazione islamica nel medio evo), la questione del separatismo catalano, la presenza turca in Germania, la situazione della Grecia come confine su cui fermare l’immigrazione da Est, l’evoluzione dello stato di diritto nei paesi del Nord Europa in risposta all’immigrazione di massa.

Di questi elementi interconnessi, all’opinione pubblica europea arriva solo il taglio temporaneo, la contingenza delle difficoltà economiche risolvibili con l’integrazione, una promessa che dura da generazioni. Nonostante le autocritiche, la dinamica sociale e politica generale da mettere in atto non vengono ancora fuori. Questa si trasforma in una impasse gigantesca a livello di potere e, gradualmente, potrebbe entrare in gioco la questione del riconoscimento-legittimità delle istituzioni stesse da parte delle popolazioni residenti. Si pensi quindi a quali difficoltà epocali dovrà rispondere eventualmente la sfera militare delle istituzioni coinvolte in un caso così difficile seppur remoto per ora.

Non dimentichiamo anche che le minoranze cosiddette degenti economicamente o buona parte di esse sono gestite da potenti e ricche lobby di connazionali e correligionari ben connesse con i paesi d’origine e che dispongono, al contrario delle apparenze, di capitali importanti di varia provenienza. Quale nuova classe media potrebbe risultarne?

L’Europa sembra impantanata in sterili discussioni mentre i rapporti economici con la Russia languono. Viene meno una marcia in più per affrontare un’importante epoca di passaggio. Vari stati Europei accettano a denti stretti le sanzioni contro la Russia nell’attesa di una svolta nella politica estera degli USA. Ne risente direttamente anche la questione dell’immigrazione islamica in Europa a causa degli intrecci geopolitici e delle loro implicazioni tra stati.

L’ombra della vera primavera araba si aggirava per l’Europa Occidentale già da tempo prima che questa fosse avviata ufficialmente in quei paesi. Ed è la sua idea occidentale in questione che non ha trovato altro sbocco che nell’accelerazione del fondamentalismo come risposta a vecchi regimi che ha avuto come rovescio della medaglia lo sviluppo di una nuova industria locale dei diritti (in Europa) e la conseguente tentazione di negazionismo della crisi che sta attraversando. Sia ben chiaro ancora: non sono i valori universali ad essere qui confutati ma il modo di concepirne l’applicazione in una società reale che deve mediare i suoi rapporti con l’estero presente anche in casa propria.

La crisi di immigrazione attuale non è solo la conseguenza immediata di conflitti regionali o degli errori politici negli interventi nelle aree interessate dalle primavere. Essa ha radici molto più lontane, in una cultura che fatica oggi a trovare riscontro e che si cela dietro alla questione umanitaria.

 

Philip Farah
Presidente dell’Associazione ENEC

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