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Fede e Ragione nel pensiero di un laico del XIII secolo
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Fede e Ragione nel pensiero di un laico del XIII secolo

Venerdì, 28 Febbraio 2014 15:26 Scritto da  Nunzio Lozito
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Nunzio Lozito Nunzio Lozito

La parola dialogo implica sempre un rapporto (tra persone, idee, con il trascendente). È una parola utilizzata spesso come una sorta passepartout per far passare le più svariate idee o posizioni culturali, anche insane. C'è insomma la convinzione, oggi molto in voga, che il dialogo riguardi la sola dimensione del confronto tra le posizioni. Quasi si trattasse di parole o idee senza alcun peso, al punto da escludere preventivamente che dal quel confronto nessuno degli interlocutori possa cambiare idea o arricchirsi. Un’idea che riduce il confronto al semplice gioco delle parti, in cui ognuno espone la sua posizione. Sembra quasi che, l'unico valore da salvaguardare sia quello della libertà di espressione, indipendentemente dal suo contenuto. In tutto questo, almeno formalmente sembra non esserci nulla da eccepire. Una simile impostazione, tuttavia, sottoposta ad una riflessione più approfondita, mostra alcuni limiti. Ricondurre infatti tutto all’aspetto appena accennato, significa dimenticare che il dialogo è sempre un mezzo e mai un fine; in secondo luogo, un tale approccio finisce per portare alla conclusione che non esista alcuna Verità, al di là delle pur legittime opinioni; in terzo luogo che, della Verità non si possa fare esperienza. È questa in fondo la questione che riguarda le religioni. Infatti ogni religione ha dentro di sé quel sano dinamismo che porta ad allargare sempre più i suoi confini sia territorali che ideali. È legittimo che, una persona che viva la convinzione di aver incontrato la strada per tendere al Vero, senta il bisogno di comunicarlo ad altri, rispettandone la sua lbertà.

Le religioni, infatti, nel corso dei secoli sono sempre state considerate “vie” per rispondere agli aneliti profondi dell’uomo. Qualsiasi tentativo di dialogo in questo campo non può non tener conto di questo apetto profondo che riguarda, tanto il campo delle idee quanto quello della prassi. Le fedi non possono non riguardare l'arte del vivere. Quindi applicare al campo delle religioni la stessa modalità di dialogo che userebbero tifosi di due squadre di calcio diverse, è davvero un errore imperdonabile. In questo ambito è necessario prendere i considerazione l’inevitabile rapporto tra fede e ragione, soprannatura e natura, rivelazione e storia. Quando uno dei termini viene assorbito nell’altro, a rimetterci è sempre l’uomo. Lungi dall’essere una questione squisitamente accademica, il rapporto fede-ragione ha inevitabili implicazioni antropologiche ed esistenziali. Dopo l’illuminismo e lo sviluppo tecnologico che ne è conseguito è diventato assolutamente indispensabile per qualsiasi esperienza religiosa l’affronto di tale tema. Anzi tale questione è diventata oggi assolutamente pressante onde poter far fronte alle urgenti sfideche l'umanità ha di fronte. Possiamo affermare che, per il cristianesimo tale questione è stata di vitale importanza sin dalle sue origini, anzi secondo il prologo giovanneo non può esserci cristianesimo senza il Logos incarnato (Cfr Gv 1). È proprio su questo punto che il cristianesimo verifica costantemente la portata del suo messaggio. Sin dalle sue origini la proposta cristiana ha fatto della sua ragionevolezza il suo banco di prova. Quei coni d'ombra che si possono reperire nel corso di questi due millenni di storia cristiana vanno imputati in gran parte per la complessità dei processi storici con l'inevitabile intreccio tra storia e metastoria; così come, per la responsabilità di uomini, autorevoli o meno, che dimenticano di verificare costantemente la ragionevolezza della proposta. Tuttavia così come le ombre, non sono mai mancate le luci derivanti dal contributo di uomini che hanno fatto del servizio alla Verità la loro ragione di vita.

Dal passato emergono testimonianze interessanti circa il modo di concepire il dialogo e il confronto. Si potrebbero citare diversi esempi di uomini “dialoganti”. Una delle tante testimonianze efficaci che ci forniscono un idea articolata di dialogo ci viene da Raimondo Lullo, personaggio vissuto nel XIII, spagnolo appartenente al terz’ordine francescano. Al di là del linguaggio, tipico dell’epoca in cui egli visse, possiamo valorizzare i criteri che sono alla base del suo metodo. La biografia e i brani delle opere di Raimondo Lullo che qui vengono citati, sono presi dalla monumentale opera del padre Girolamo Golubovich Biblioteca Bio-Bibliografica della Terra Santa e dell’Oriente Francescano.

Raimondo Lullo

Raimondo Lullo, nato a Palma di Maiorca verso il 1235 da nobili genitori Catalani sudditi del re d’Aragona Giacomo I, sposò una nobile. Tutto ciò gli permise una vita agiata e all'insegna della mondanità. All’età di circa trent’anni cambiò radicalmente vita. Il motivo di tale cambiamento, descritto in una delle sue opere, va ricercato nell’incontro con un vescovo, la cui predica, nella chiesa dei frati minori di Majorca, in occasione della festa di san Francesco, contribuì al radicale cambiamento della vita. Da quel momento fece voto di ispirare la sua vita a san Francesco e seguire unicamente Cristo. Aderì così al Terz’Ordine francescano. Lullo scrisse opere di filosofia, teologia e fu anche un esperto conoscitore della lingua araba; infatti dedicò molto tempo all’insegnamento di questa lingua in quanto fondamentale strumento per una efficace predicazione in Oriente. Una lettera di papa Giovanni XXI (1276-1277) del 17 ottobre 1276, diretta a re Giacomo I figlio del re d’Aragona, attesta la fondazione a Majorca di un collegio per lo studio delle lingue orientali, fortemente voluto da Raimondo Lullo. Ecco quanto il papa scrive a proposito del collegio: “ tredici religiosi dell’Ordine de’ Minori possono apprendere la lingua araba, situato nell’isola di Majorca, in una località detta Daya nella parrocchia S. Bartholomai vallis de Nassa”. Nel 1291 Raimondo si recò a Tunisi, ma vi rimase poco perchè fu espulso. Qualche anno dopo si recò a Napoli dove scrisse la Petitio ad Coelestinum per la conversione degli infedeli. Il progetto però non ebbe seguito a motivo della rinuncia al papato da parte di Celestino V (1294) a cui succedette Bonifacio VIII (1294-1303). Lullo compì un secondo viaggio in Oriente. Qui scrisse una specie di Catechismo sulle verità della fede, intitolato Liber de iis quae homo de Deo debet credere. Tuttavia l’opera che più di tutte testimonia il suo anelito missionario è il Liber contemplationis Dei scritta all’età di quarant’anni. L'amore a Gesù Cristo emerge chiaramente nel suo “desiderio di morire per la sua gloria, e di recarsi a versare le sue lagrime e il suo sangue in Terra Santa, ove Tu hai versato il tuo sangue e le tue lagrime misericordiose. Fino a tanto che questo libro non sarà terminato io non potrò recarmi nella terra dei saraceni per lodare il tuo nome glorioso”.

Dal 1306 al 1307 compì un secondo viaggio in Africa. Dal 1309 al 1312 svolse il suo apostolato in Francia dove ultimò il Liber de natali pueri Jesus, che dedicò e presentò al re di Francia Filippo per indurlo alla conquista della Terra Santa. Con la medesima finalità scrisse il De recuperatione Terrae Sanctae che presentò a papa Clemente V (1305-1314). Le speranze per l’attuazione del progetto culturale e missionario per la formazione, l’educazione destinato alla Terra Santa trovarono piena attuazione al concilio di Vienne (16 ottobre 1311 – 6 maggio 1312). Lullo presentò al Concilio un'altra petizione intitolata ad acquirendam Terram Sanctam, in forma di dieci decreti che sottomise all’approvazione della Chiesa. Il suo terzo viaggio in Africa, lo compì nel 1314. Nel terzo libro De partecipatione Christianorum et Sarracenorum, manifesta la sua soddisfazione per aver visto recepito dalla chiesa il suo progetto culturale onde favorire l'annuncio della fede. Qui perse la perse la vita. Nel 1316 infatti mentre era a Tunisi, dove predicava di nascosto, fu individuato dai saraceni del posto e, così costretto a fuggire in un paese limitrofo, fu scoperto e lapidato. Raccolto moribondo da mercanti genovesi per strada che lo imbarcarono su una nave in partenza per Majorca. Raimondo raggiunse, però, la sua città già morto dove fu sepolto nel convento di S. Francesco dei Minori.

Le opere

collectaneal'opera che interessa per il tema qui trattato è il Liber de Gentili et tribus Sapienthibus. Un’opera scritta in arabo sotto forma di dialogo. Ha come tema la conversione di pagani ed ebrei. Immagina il dialogo tra tre saggi inerlocutori non cristiani e un cristiano. Il primo a prendere la parola è il cristiano di tradizione di tradizione latina. È in questa figura che Lullo si identifica dicendo:

“Avend’io per molto tempo conversato con gl’infedeli, e conoscendo le loro dottrine false ed erronee; io, uomo povero, peccatore colpevole, vilipeso dai mondani, e che mi considero perfino indegno di porre il mio nome sul titolo di questo libro o di qualsiasi altro, io mi sforzo di trovare un nuovo metodo e nuove ragioni per ritrarre dal cammino dell’errore gli erranti, liberarli dai mali infiniti, e procurare loro una felicità senza fine”.

Dopo aver esposto le argomentazioni sull’esistenza di Dio, la risurrezione dei corpi e l’immortalità dell’anima, il Lullo converte facilmente il pagano che finisce per lodare Dio. Si inserisce nella discussione l’ebreo che gli espone gli articoli di fede basati sull'Antica Alleanza, comuni anche ai cristiani. Gli unici aspetti discordanti che l'ebreo individua, riguardano la venuta del Messia e il dogma della risurrezione. Tuttavia ciò che sta più a cuore all’ebreo è il primo punto perché riguarda la vita terrena, mentre a quella ultraterrena non presta molta attenzione. All'intervento scandalizzato, per la scarsa importanza data al tema escatologico, del saggio di religione islamica, l’ebreo risponde:

“Noi ebrei cotanto desideriamo di ricuperare la nostra libertà e di veder arrivare finalmente il Messia, che quasi disprezziamo la vita futura; e ciò soprattutto, perché noi siamo sforzati di vivere tra nazioni che ci tengono come schiavi e alle quali annualmente dobbiamo sborsare gravi tributi”. A questo punto interviene il cristiano che approfitta per esporre la sua fede. Si inserisce nuovamnete nella discussio il pagano ormai convertito che chiama in causa l'islamico. Questo espone in sintesi la sua fede sintetizzandola in dodici articoli. È però sul quinto che viene appuntata l'attenzione; riguarda la domanda che l’angelo di Dio farà all’anima del defunto sull'autenticità della profezia di Maometto come profeta mandato da Dio. In sostanza, afferma il filosofo musulmano, le anime saranno trattate in maniera proporzionale ai loro peccati fino al punto che, non potendo sopportare le pene, impetreranno l’intercessione di Adamo, affinché preghi Iddio di liberarli da tanta sofferenza. Adamo non osa fare ciò e, conscio della sua antica disobbedienza le rimanda a Noè. Questi si dichiara indegno perché aveva abbandonato il suo popolo alla furia delle acque. Da Noè ad Abramo che consiglia le anime di rivolgersi a Mosè. Anche questo però non osa intervenire, per aver a suo tempo ucciso un uomo. Mosè le indirizza a Gesù il quale si scuserà di non poter intervenire perchè, afferma il Nazareno, fu senza permesso di Dio che le nazioni lo adorano e confidano in Lui come ad un Dio supremo. A Gesù non resta altro che rimandare le anime a Maometto. Il Profeta, finalmente, risponderà volentieri e intercederà per loro. Ma proprio nell'istante dell'intercessione di Maometto, si levò una voce dal cielo: “O Maometto! Non è questo il giorno per fare orazioni e suppliche; ma chiedi, e ti sarà concesso: le tue petizioni saranno esaudite”. Quindi tutto viene rimandato in un secondo momento.

Il filosofo islamico si sofferma anche nella descrizione della vita nel paradiso: pieno di agi, di abbondanza e di belle donne che soddisferanno i piaceri dei beati. Anche se su questo aspetto del paradiso, il filosofo maomettano ammette che non tutti i musulmani hanno una medesima visione. Alcuni infatti, considerati da lui eretici perche avevano studiato la logica e le scienze naturali, sostengono che si tratta di un linguaggio esclusivamente simbolico e figurato e non realistico. Per questa ragione c’era divieto tra i musulmani di tenere lezioni pubbliche sulla logica e la natura. Altra opera interessante per il tema trattato è Liber Tartari et Christiani seu Liber super psalmum Quicumque. Anche quest’opera è scritta in forma di dialogo. L’autore mette in evidenza il bisogno dell’uomo nella ricerca delle ragioni profonde che sottendono l’atto di fede, affinché il suo atto sia pienamente ragionevole. Il personaggio principale dell'opera è qui un tartaro, cercatore di Dio, che interpella, un ebreo, un musulmano ed un cristiano perché gli illustrino i dettami essenziali della loro fede. Il protagonista si rivolge al primo, ma questo non riesce a persuaderlo; stessa cosa capita nell'interpellare il secondo. Infine si rivolge al cristiano, un pio eremita, che gli espone con semplicità gli articoli della fede cristiana; il pagano rimane profondamente colpito e stupito dalla bellezza di quanto aveva ascoltato. Tuttavia pur essendo stato persuaso per cosi dire, intellettualmente, rimane bisognoso di motavizioni che possano in qualche modo permettergli un'adesione piena alla fede cristiana. L'eremita, quasi impotente gli risponde: “io t’assicuro, che la cosa è così, ma delle ragioni non te le so dare “. A tale risposta il tartaro rimane scoraggiato e, disilluso, decide di ritornare al suo paese. Il giorno dopo, prima della sua partenza, quasi incuriosito, entra nella chiesetta dove l’eremita celebrava la Santa Messa. Nel momento della consacrazione, il tartaro chiede al celebrante cosa stesse facendo, ma l’eremita visibilmente infastidito, gli risponde che quello non era il momento più opportuno per interloquire con lui perché, sta celebrando il sacrificio di Cristo, presente tra le sue mani. Il pagano reagisce scandalizzato per quella che considerava una vera e propria mistificazione. All'officiante non resta altro che affermare che ciò che stava celebrando è il cuore stesso della fede cattolica. A quel punto il dialogo ritorna al medesimo punto da cui era partito il giorno precedente: la professione di fede del religioso non è supportata da ragioni adeguate. L’eremita rimanda così il nostro personaggio ad un tale di nome Blanquerano (che nell’opera rappresenta Raimondo Lullo), un filosofo che probabilmente sarebbe stato capace di dare le ragioni che cercava.

Blanquerano viene interpellato dal tartaro nel momento della recita del simbolo Quicumque vult salvus esse. Ascoltando le parole del simbolo, chiede di essere aiutato a capire e compere così quell'atto definitivo di adesione alla fede cattolica. Blanquerano, forte della sua sapienza e con la carità inizia a spiegare le parole del simbolo. Il tartaro, ormai pago, si converte. Terminato questo lungo e travagliato periodo di catecumenato si reca a Roma per ricevere il battesimo dalle mani del papa. Il Pontefice prima di iniziare i riti battesimali chiede al neofita quale nome intendesse assumere il battezzando gli risponde di volersi chiamare Largus ( Largo ). Il Santo Padre meravigliato per una tale scelta continuò la celebrazione del sacramento. Al termine della cerimonia, il papa volle soddisfare la sua curiosità circa la scelta del nome ricevendo da Largo la seguente risposta:

“Santo Padre l’avarizia accresce ognor più le sue forze nel mondo, ed io mi son proposto di affrontarla con tutte le mie forze. Di più: Dio fu si largo di sé con l’uomo che fattosi uomo egli stesso, morì per noi. E a colui che si sforza di amarlo teneramente, calcando la retta via, Dio gli si dona interamente. Per conseguenza, mi sono deciso di chiamarmi con questo nome; e mi son proposto di votarmi alla morte, per amor di colui che per me fece altrettanto”.

Largo è finalmente pronto per portare il nome di Cristo nella sua terra d'origine e confida al Papa : “io son pronto di recarmi presso i Tartari e vi prego di destinare vostre lettere per il loro re; io sarò il vostro fedele messaggero, e l’avvocato della verità della fede”.

L’opera si conclude con due ipotesi di metodo per l'annuncio ad gentes. Anche le due ipotesi sono rappresentate simbolicamente da due collaboratori del papa. Il primo collaboratore del Pontefice esprime il desiderio che il vicario di Cristo invii in tutta l'oecumene missionari con le stesse carrateristiche di Largo. Il secondo invece, non condividendo la proposta del primo, esprime il desiderio che il papa elegga un principe potente a cui dare ampia facoltà di mezzi per combattere le nazioni non cristiane. Con la domanda su quale delle due soluzioni fosse la più indicata e con l’attesa di una risposta da parte del papa l’opera si conclude.

Prima di concludere, sarebbe opportuno fare un piccolo cenno ad un altra opera di Raimondo Lullo, la Disputatio fidei et intellectus. In questa opera, come in tutte le altre simili, Raimondo Lullo mette a tema la conversione alla fede cristiana. Raimondo racconta di un principe saraceno, abile filosofo, che discuteva con un cristiano; quest’ultimo sottolineò tutti gli aspetti controversi della fede islamica; a quel punto, per tutta risposta, il principe lo invitò a provargli che quanto declamava della sua fede corrispondesse al vero e se il suo tentaivo fosse andato a buon fine non avrebbe disdegnato di convertirsi alla fede cristiana. Il cristiano gli rispose che la sublimità della sua fede non poteva essere provata con ragioni umane. A tale risposta il Principe gli disse: “Tu m’hai fatto male assai! Io ero saraceno e d’ora non son più né saraceno, né cristiano”. In quest'opera, Lullo non manca di polemizzare con quei missionari cristiani che non sono persuasi fino in fondo della straordinarietà del loro dono di fede e che per una sorta di falso pudore non hanno il coraggio di dire fino in fondo e con chiarezza la novità apportata nel mondo da Gesù Cristo.

Conclusione

Come giustificare oggi la presentazione del pensiero di un personaggio vissuto otto secoli fa su un tema come quello del dialogo interreligioso?

Una prima risposta potrebbe essere: è un tema sempre attuale, ogni generazione ha avuto protagonisti che si sono fronteggiati su questo campo. Il rapporto tra credenti e non credenti o tra credenti di religioni diverse è quanto mai attuale. Ma se ciò non bastasse, potremmo dire ancor più profondamente che, presupponendo l'atto di fede di quel requisito essenziale che è la libertà, diventa inevitabile che, qualsiasi proposta di fede debba presupporre la possibilità di aderire o meno ad una fede. Così come, non è possibile non ipotizzare che, appartenendo ad una religione si possa liberamente mettere in conto di convertirsi aderendo ad un altra. Nella rivelazione giudaicocristiana in generale e in quella cristiana in particolare il tema della libertà è un dato essenziale; parafrasando Balise Pascal, possiamo dire che, nella rivelazione cristiana c’è abbastanza luce per chi vuole credere, ma abbastanza buio per chi non vuole credere. Un Dio quindi, che si serve molto dei chiaro-scuro per lasciare intatto nell'uomo il dono più grande che ha ricevuto dal Creatore: la libertà.

Il cristiano tuttavia, ha il dovere di testimoniare con la vita la dottrina tutta intera e se ne è capace, di presentarla nella sua integralità. Certo con metodi sempre nuovi, ma pur sempre la stessa Verità, da una generazione a quella successiva. Fino a qualche secolo fa tutto ciò sembrava una cosa scontata, in realtà oggi lo è sempre meno. È in voga una altra idea: quella secondo la quale, per non offendere l'interlocutore si debba essere disposti a censurare quegli aspetti di fede che possano urtare la sua suscettibilità. In realtà, l’eccessiva cautela nel manifestare la propria identità, nasconde una inadeguata “metabolizzazione” degli aspetti culturali ed antropologici della propria fede, finendo per danneggiare contestualmente sé stessi ed il proprio interlocutore, che dal confronto potrebbe attendere qualcosa. Perdendo di vista la capacità di fermento culturale che una fede produce, si finisce per depauperare la civiltà di un popolo, appiattendolo esclusivamente sui suoi bisogni materiali. Ovviamente, il livello scientifico e tecnologico che caratterizza la nostra epoca richiede un’adeguata capacità critica nella comunicazione del dato di fede, riscoprendo la pazienza di dare risposta (apo-logia) a chiunque domandi ragione (logos) della speranza. È impensabile oggi dialogare con lo stesso linguaggio di Raimondo Lullo; tuttavia è interessante il metodo da lui utilizzato, soprattutto per ciò che concerne il bisogno di legare la fede alla ragione. Non che questa possa spiegare quella, ma perchè è la ragione stessa che ne beneficia, trovando nella fede una via di “fuga” che la faccia andare oltre i suoi limiti. Al tempo stesso, per l'uomo, una fede fondata sulla ragione è la migliore garanzia per la salvaguadia dei suoi “diritti” nei confronti del suo Creatore.

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