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Sulla questione dell'Interculturalità in Europa
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Sulla questione dell'Interculturalità in Europa

Venerdì, 17 Ottobre 2014 16:50 Scritto da  Philip Farah
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Qualche tempo fa è venuto alla mia attenzione l’articolo del Dott. Eid dal titolo Cristiani e Musulmani: dialogare per convivere comparso su Milano2 notizie nel mese di Aprile 2013.

E’ da tempo, e in concomitanza con il venticinquesimo anno di fondazione della nostra associazione ENEC (Europe Near East Centre) che rifletto su questo tema dal versante europeo per diversi motivi tra cui la ragione della nostra attività associativa.

Ciò che sta accadendo in Europa in questo periodo storico è in diretta relazione con quanto accade in quella parte del mondo a maggioranza islamica di oggi, specie nel Medio Oriente, per le dirette interconnessioni politiche-religiose-economiche dettate, assieme ad altri fattori, dal fenomeno d’immigrazione di massa in continuo aumento da circa trent’anni congiuntamente con i radicali cambiamenti in atto nelle linee di principio su cui si fondano le comunità nazionali dell’Europa Occidentale e più diffusamente nel mondo occidentale.

Se si tenesse conto anche della tendenza a pensare il bacino mediterraneo come area geografica di contatto e scambio tra identità e culture lontane tra loro, nonostante la vicinanza geografica, la questione suscita ancora più domande e un maggiore bisogno di puntualizzazione.

Per ora, senza scendere nel dettaglio della questione del dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani, che sarebbe un’analisi più corretta, terrei ad affrontare la questione con un taglio principalmente culturale, ovvero il più possibile “anonimo” sotto il profilo religioso se questo fosse mai possibile.

I due soggetti in questione - gli europei occidentali e il mondo islamico – considerano, specie nell’ultimo periodo di forti cambiamenti storico-politici, la cultura come parte di sfere diverse di pertinenza: l’uno la vuole separare da ogni radice religiosa e affidarla a principi universali non più riconoscibili come cristiani, l’altro la vede strettamente determinata da una radice religiosa unica, quella islamica, nonostante poche ma buone evidenze che vorrebbero imboccare un percorso contrario ma tutto’ora ininfluente sotto il profilo politico, culturale e di opinione pubblica in quelle nazioni. Questo è in pratica un tentativo di far dialogare due strutture di significati, quindi di valori, sempre meno commensurabili che vogliono fondare il concetto di cultura su due presupposti lontani tra loro e che a loro volta determinano i rispettivi concetti di stato, società, libertà, cittadinanza, diritto e di conseguenza i loro progetti politici in atto.

La frase: “La relazione interculturale” è dunque un’espressione molto gravida di significati e problemi oltre che di presupposti da riconsiderare e conseguenze già evidenti. Capire la sua portata non è semplice per vari motivi tra cui enumero alcuni:

  1. l’autore che la utilizza, Dott. Eid, ha presumibilmente un’esperienza personale arricchita in parte anche in seno a una società diversa da quella Occidentale (nonostante l’Egitto di una volta potesse esserle culturalmente molto più vicino di ora)
  2. perché tra gli occidentali che la potrebbero interpretare ce ne potrebbero essere molti che la ricondurrebbero a significati (esperienze) lontani dall’intento dell’autore e quindi il tentativo verrebbe rinviato a dopo il chiarimento sui presupposti
  3. la società Occidentale, specie l’Europa occidentale, non è più composta da nazioni omogenee sia etnicamente che culturalmente quindi non lo è più nemmeno storicamente se volessimo impostare il discorso in modo coerente senza volere dare per scontati gli strumenti di questo tentativo di ricerca. Un europeo occidentale oggi puo’ definirsi i tanti modi, anche agli antipodi tra loro, all’ombra di una gestione politica che vuole ispirarsi a principi universali ma in un senso storico non propriamente attuale e non condiviso tra le parti in questione. Questa gestione politica rischia di essere storicamente incoerente (incongruente) o perlomeno estranea al presente europeo che consegue anche dalla storia delle etnie e delle culture non europee che vi si sono insediate ma che per principio (tutto occidentale) vengono definite “d’Europa”. Questo processo rende obsoleta la visione della storia dell’Europa dal punto di vista delle popolazioni autoctone (considerate ormai solo una parte del presente) che vorrebbero condividere con le altre il diritto di cittadinanza oltre che i diritti umani, diversamente da ciò che accade nei paesi d’origine dei nuovi cittadini
  4. In Occidente, al di fuori degli strumenti offerti dal dialogo interreligioso, uno dei fenomeni più diffusi e deleteri nella ricerca sul tema è il confinamento degli interrogativi più difficili quanto necessari, e dei fenomeni ad essi correlati, nell’ambito del rifiuto dell’Altro, del razzismo o della xenofobia più o meno in modo scontato quanto incondizionato da parte della cultura dominante o della strumentalizzazione mediatica. Si soffre del preconcetto inverso per cui chi tenta di comprendere una situazione, o ne vuole offrire una chiave d’interpretazione diversa dalle tesi più datate, comode e diffuse, seppur transitoria e aperta al confronto, sia automaticamente una persona razzista, xenofoba, arretrata, non degna di considerazione (come se la ricerca e i suoi principi soffrissero l’influenza di una moda politica o di una non chiara convenienza).

La questione dell’interculturalità soffre di un problema di metodo e di applicazione dovuti a una società occidentale sclerotizzata in una visione del mondo immutata da circa due secoli in cui i valori universali propugnati dalla “vecchia” (quanto attuale) cultura europea e nord americana, escludono a priori la possibilità del regresso sociale o del fallimento tout court in nome di una eterna supremazia culturale ed economica garantite e dimostrate dalla validità di questi principi che vorrebbero apparire immutabili. Questo è un pregiudizio culturale Occidentale che ormai trova molti argomenti e fatti che lo confutano ovunque nel mondo ma anche in casa propria.

Il bagaglio culturale delle diverse società estranee tra loro ma presenti su un unico territorio nazionale istituzionale occidentale, ancora esistente ma non si sa per quanto, comportano una difficoltà di traduzione dei concetti e quindi della loro condivisione. Comportano, quindi, il rinvio della loro universalità al tempo in cui ci sarà un dominante e un dominato culturale e il risultato non è affatto scontato. Non stiamo parlando di una sceneggiatura di un film a lieto fine ma stiamo rischiando di cadere in una lotta culturale lunghissima dai profondi risvolti politico-religiosi violenti come accade da sempre nella storia dell’umanità che ha visto susseguirsi i diversi strumenti socio-politici che ogni epoca ha avuto a disposizione.

In Europa occidentale, negli ultimi tre decenni circa, l’argomento del dialogo per la convivenza tra culture è stato ed è centrale. È stato affrontato con diverse sfumature di onestà politica, storica ed intellettuale. Ha rappresentato l’arma politica per eccellenza di generazioni di “maîtres à penser” che hanno giustificato le loro carriere proprio sulla produzione filosofico/intellettuale quanto accademica e istituzionale focalizzata su questo tema. Oggi, dopo la loro maturata ascesa al potere e il riconoscimento sociale, dopo aver formato e cambiato la sensibilità comune delle popolazioni di accoglienza (che sono “recedute” allo status di parte dell’insieme con la conseguente messa in dubbio dei loro valori) sembrano più lasciare il segno piuttosto che il frutto in una opinione pubblica che ora, dovendo affrontare una crisi strutturale e culturale di grandi proporzioni, è alla ricerca di riferimenti attendibili per una corretta risposta sia alla crescente instabilità sociale che a quella politico-territoriale. Ci si vorrebbe avvalere del diritto fondato sui valori universali per correggere la rotta ma, ora, si puo’ fare solo nominalmente poiché essi sono stati relativizzati proprio dalla cultura che li vuole promuovere, la cultura aconfessionale.

Nel nostro presente si tratta di una vitale ricerca di equilibrio, di una ricerca dell’orizzonte comune. Non si tratta di un passaggio congiunturale in cui dei fattori passeggeri creano una crisi che si risolverà prima o poi lasciando immutata la struttura e la forma sociale precedentemente note. No.

Si tratta di una fase storica in cui si stanno modificando le strutture sociali europee ed occidentali. Questa determinerà la prossima identità di questo continente ben oltre le millantate congiunture e la crisi attuale che, a sua volta, è il volto del crollo di questa pretesa culturale occidentale. Quindi la soluzione non è negli strumenti a-culturali (o culturalmente neutrali) attualmente adottati dall’Occidente in crisi. Questa non è la giusta strada per l’applicazione dei valori universali che si vorrebbero condivisi tra i soggetti in causa. L’essere Occidentale non sarà più indicativo di una cultura “sottintesa” come è facile concepirla tra noi ora (e ancora per poco). Forse il termine stesso indicherà solo una area geografica ma non più i valori in essa condivisi di cui stiamo discutendo attualmente.

Il cambiamento sta avvenendo sia all’interno delle singole società nazionali (istituzionalmente ancora riconoscibili) sia nei rapporti tra nazioni dentro e fuori l’Europa occidentale.

Per l’attuale orizzonte comune della cultura europea sembra che non sia più tempo di dare per scontati, quindi per corretti, determinati assunti culturali condivisi tra la maggioranza dei suoi popoli e dei propri intellettuali storici, seppur recenti, che occupano la scena ancora oggi.

Sebbene lo sia stato ancora appena una generazione fa, il senso comune di espressioni quali “paesi del terzo mondo”, “diritti”, “doveri” “povertà”, “ricchezza” o “autodeterminazione dei popoli”, o quello di “libertà” con tutte le sue declinazioni, e “pace” richiede una attenta revisione da parte del soggetto europeo culturalmente non omogeneo, pena la degradazione del loro senso in altri significati non strettamente costruttivi per tutti, quindi non più universali, stando ai segnali che si raccolgono già a livello internazionale sia intra che extra europeo.

Nel passato recente, specie da dopo il secondo dopo guerra del XX Secolo, la critica storico-politica occidentale (accademica, anticonformista) ha impostato i metodi di analisi e la definizione della Invenzione del Nemico in Occidente solo dal punto di vista europocentrico e nord americano in modo aprioristico anche quando si è trattato di fatti che hanno coinvolto altre parti non europee e non musulmane. Ne ha individuato gli aspetti eticamente e ideologicamente negativi attingendo a ragioni storiche e culturali escludendo volentieri dall’analisi il fattore dinamico della competizione tra soggetti-protagonisti della Storia intra ed extra europea. Sono state escluse da ogni considerazione le loro idee fondanti, la loro ragione di esistere, le loro diverse coscienze, le loro parabole ascendenti e discendenti. Ecco perché agli occhi di un giovane occidentale di oggi è molto facile bollare la quasi totalità dei fenomeni in atto come mero “razzismo” occidentale. Un termine che è un pastone indurito di sentimenti, protagonismo, pregiudizi, luoghi comuni e vaghezza dell’esperienza. Si potrebbe dire in termini più datati: falsa coscienza. Ma qui si aprirebbero discorsi troppo razionali rispetto alla portata del soggetto in causa. Non è un caso che questi temi sono affrontati da soggetti occidentali che sono nati nei diritti ma non li hanno mai conquistati per se e molto probabilmente non sarebbero capaci di conquistarli (o non ne vedrebbero la convenienza) se gli fossero tolti.

Le ragioni criticate più aspramente da questo tipo di mentalità contemporanea, che si è fregiata di anticonformismo per generazioni, sono principalmente economiche e basate su quei successi sociali ottenuti nel secondo dopo guerra. Ai mali sociali individuati allora, cui gli intellettuali occidentali hanno voluto e vogliono opporre resistenza e porre rimedio, si applica una visione filosofico-etica astratta (non religiosa, non culturale in senso identitario, nemmeno umano poiché vuole trascendere anche la fisicità di ogni individuo) che oggi, davanti ai cambiamenti intrinseci in Europa, rivela i suoi limiti in modo semplice e chiaro attraverso tutte le contraddizioni in cui inceppano molti tentativi di argomentazione. Perfino il linguaggio ne soffre e ne subisce i limiti.

Questa visione è figlia del tempo in cui l’Occidente recente si è illuso di aver vinto e fermato la Storia. Essa si sofferma sulla questione culturale in modo estetico, superficiale, e pretende di offrire una visione del pensiero di uguaglianza e libertà universali sublimati (quanto inapplicabili) e risalenti a circa due secoli fa quando le poste in gioco erano ben altre e unicamente interne all’Occidente cristiano alle prese con il proprio riassestamento in termini di civiltà e potenza politica. Quelle idee non erano affatto concepite per creare il dialogo come si vorrebbe oggi.

Oggi c’è una vaga pretesa: che tutti godano dei diritti più disparati e contradditori tra loro in Europa in nome di una unica fonte culturale e quindi universale: l’Europa occidentale-gli Stati Uniti d’America vittoriosi e i loro storici alleati inclusi, tra gli altri, quelli a maggioranza islamica e gli integralisti stessi che negano proprio quei principi nelle loro terre.

Il fenomeno culturale odierno, che consegue a questo errore razionale di fondo, consiste nel confluire delle varie correnti politico-cuturali di sinistra nel corso politico-culturale di destra soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Infatti negli anni Novanta del secolo scorso (XX Sec.) c’era chi denunciava l’auto-tradimento della sinistra e la sua rinuncia ai principi che doveva garantire nella società occidentale ma la realtà era che il fondamento razionale dell’idea di Europa occidentale, ma anche le strutture ideologiche antagoniste europee, si stavano sgretolando sotto i colpi di una nuova ideologia irrazionale mista tra la ragione economica totalizzante e il passaggio a nuovi equilibri internazionali che erano ben lontani dall’essere ciò che si narrava in quella fase storica da parte delle oligarchie politico-industriali europee e non solo. Non si tratta di una resa della sinistra alla destra: intendo dire che le ideologie sono confluite necessariamente poiché hanno avuto entrambe la stessa necessità di sopravvivere al dominio assoluto che la ragione economica stava allargando e ha allargato sempre di più sulla società occidentale grazie a tutte le conquiste tecnologiche focalizzate sull’economia del tempo e dei ruoli (cioè sul meccanismo di integrazione del cittadino nella società) piuttosto che sulla soddisfazione dei bisogni primari e di giustizia sociale quale sarebbe dovuto essere dai tempi delle promesse dei “nouveaux regimes” post rivoluzione francese che si candidavano a risarcire i danni degli “anciens”. Ne è derivata una potente spinta dettata dalla necessità di scomporre il più possibile la società per creare spazio ai famosi “bisogni indotti” al fine dello sviluppo del mercato fine a se stesso in eterna espansione che conquista man mano gli aspetti meno “domabili” dell’esistenza umana. Di conseguenza, questa legge di mercato ha conquistato letteralmente l’ambito dei diritti (quindi delle leggi) e li ha trasformati in ambito di conflitti interni alla società. In ambito internazionale ne è figlia anche l’immigrazione di massa in Europa avallata dall’emergenza umanitaria o dalla povertà o altro ancora secondo i casi particolari. In questo caso il conflitto si crea con la sostituibilità tra soggetti in nome dell’uguaglianza universale sradicata dalla sua fonte: teoricamente, un uomo qualunque può sostituire un altro qualunque in una società indifferente a qualsiasi identità e ovunque. Ma questa idea abita solo nell’Europa occidentale e il problema diventa solo soggettivo e rimane di chi pretende di darsi una identità in Europa e, di conseguenza, darsi un diritto oltre che un dovere. Scatta così la concorrenza vera e propria per la conquista dello spazio sociale, del potere, dei voti. È una guerra di tutti contro tutti.

L’effetto diretto causato dalle leggi di mercato applicate come prassi della democrazia assoluta (da non confondere con l’Assolutismo Illuminato di altri tempi) nella dimensione umana è stato il collasso delle società occidentali sia a livello culturale sia a livello economico che spirituale. La forma “società” è diventata un elemento di disturbo per questo sistema in continuo sviluppo ed espansione.

Per questo le questioni identitarie vengono tirate in ballo sotto il mantello dei diritti di minoranze oppresse come anche quelle di genere ecc… ma la maggioranza opprimente non è identificabile poiché se si prendessero in esame i particolari bisogni di ogni minoranza oppressa in Europa si scoprirebbero tanti aspetti “trasversali” che li uniscono tutti e ne fanno una massa a fasi alterne e la maggioranza non è altro che una identità informe, non identificabile se non nel “particolare” cioè nel piccolo, nel progetto impotente quanto inutile politicamente e non nel bene della società tutta. I diritti, nell’ambito della “democrazia assoluta” diventano quindi un’arma esclusiva, cioè di esclusione tra piccoli soggetti in conflitto che così rimangono assoggettati ad altri meccanismi più grandi, ovvero, non sono autodeterminabili e quindi non potranno mai raggiungere, per motivi strutturali, la libertà a cui ambiscono se non con i mezzi della competizione che contempla la repressione e questo vale a trecentosessanta gradi per tutte le identità compresenti in Europa oggi, di qualsiasi tipo esse siano. Quale significato ha quindi l’espressione interculturalità in un milieu simile? Qual è il ruolo che un cristiano vorrebbe avere in questa struttura? Qual è il valore culturale del cristianesimo in questa società non-società? Cosa fa Cesare? E in che termini bisogna dargli ciò che gli spetta? Chi è Dio e in che termini bisogna dargli ciò che gli spetta?

L’illuminismo, che fu il nuovo Cesare, ancora agli albori entusiasmanti dell’era della specializzazione del sapere e del pensiero era una politica che contemplava ancora il sapere enciclopedico come modello di potere (si voleva ispirare ancora all’Umanesimo) e quindi non esprimeva ancora le derive del concetto di libertà e di struttura sociale di cui l’occidente soffre oggi in modo grave anche quando fa riferimento all’illuminismo stesso.

Il Cesare occidentale odierno, invece, è indifferente alle culture e quindi anche a se stesso. Cosa dargli? Qual è il tributo che richiede a un cristiano? Egli dichiara di avvalersi dei principi più nobili e universali ma devasta varie dimensioni importanti della vita di una società, specie di tipo occidentale da cui nasce e da cui degenera: in primis soffre la sua dimensione maggiormente condivisibile (quindi comprensibile) tra gli individui appartenenti alle fasce sociali più disparate, quella dimensione che puo’ dare unità di intenti e far fronte ai bisogni sociali nel modo più umano: la dimensione spirituale. (N.B. volutamente non menziono l’agapismo tantomeno il concetto di exotopia poiché comporterebbe la digressione in ulteriori analisi in un altro ambito di discussione). Vengono devastati anche i nuclei produttivi: la famiglia (sua identità e composizione), lavoro in generale e suo mercato, i sistemi/settori produttivi come il primario, secondario e terziario. Queste dimensioni e questi sistemi, secondo la ragione totalizzante di cui stiamo parlando, non solo devono trasformarsi in continuazione ma lo devono fare con la massima rapidità possibile pena il cosiddetto “arresto della crescita” o peggio ancora la decrescita, uno dei massimi tabù dell’occidente.

Chi gioisce dei nuovi diritti conquistati oggi in Europa deve temere per sé domani poiché diventerà il bersaglio dello stesso sistema che lo ha protetto nella fase di consumo precedente. Questo Cesare dice che la cultura occidentale deve cambiare sempre e sempre più rapidamente. L’aspetto strumentale del concetto di libertà in chiave funzionale alla ragione economica è osservabile nei suoi sottoprodotti culturali e di genere. Quindi se la tesi, la base, culturale vuole Cesare indifferente a se stesso e mutevole in continuazione, la domanda, cioè il tentativo di antitesi qual è? Il vero problema, ora, in occidente, è che l’antitesi non c’è poiché è resa impossibile dalla struttura mutante della tesi. L’antitesi puo’ solo inseguire quindi adeguarsi alla mutazione continua senza soluzione di continuità quindi il tempo per una sintesi, per una risposta ad una domanda onesta, è negato per sempre. Ogni risposta, di qualsiasi natura sia, è sempre fuori tema, è sempre fuori tempo, è sempre sbagliata. Stando a questi presupposti, la sintesi, ovvero la forma della democrazia di tipo occidentale, è impossibile. Se la base culturale in occidente è sempre da mutare, e comunque ormai è frazionata in mille culture, quale confronto essa puo’ avere con le altre culture che non mutano secondo lo stesso dettame? All’occidente e all’occidentale non rimane altro che accusare tutti di mancanza di democrazia (incluso se stesso). Per una cultura diversa da quella occidentale la risposta è molto più facile: far identificare la prossima mutazione con i propri principi. Fare propaganda per fermare la roulette al momento giusto. La sostituibilità tra culture può realmente prendere il posto del confronto tra culture. La questione, per ora, rimane irrisolta e aperta.

Ma le conseguenze di una visione errata del dialogo culturale (e del cittadino) fanno parte della nostra vita di ogni giorno.

L’idea più volte diffusa per cui appartenere a una cultura o ad un’altra è solo un colpo di fortuna o una casualità geografica è sempre pronta a mostrare i propri limiti nella prassi della convivenza.

Quale possibilità e qualità di dialogo interculturale ci attende sulla base di una idea di casualità della vita, della società, che promuove la sostituibilità delle culture tra loro e quindi degli individui? Dov’è l’individuo?

Non sarebbe meglio parlare di accoglienza in nome di una cultura e di una spiritualità che l’ha fondata e quindi fornire un esempio reale e tangibile di giustizia? Non sarebbe meglio creare le basi per la reciproca gratitudine nel momento in cui ci si aiuta ad evitare i danni immani di guerre o di devastazione sociale? La questione umanitaria tornerebbe ad essere veramente tale e non inquinata da altre ragioni che vi si annidano. Se si ragionasse in questo modo e se si considerassero tutte queste domande vere e non retoriche, si potrebbe comprendere quanto il termine “tolleranza” o il suo opposto “xenofobia” siano due contendenti insufficienti per monopolizzare il significato di democrazia.

In assenza di sintesi l’Europa pensa di salvarsi grazie all’invenzione di un vago senso dell’ “Altro” poiché è stato concepito come astratto, anch’esso incorporeo come dovrebbero essere i cittadini europei. Chi non condivide questa visione è accusato di aver paura.

I termini che dovrebbero aiutare a risolvere la situazione attuale sono presi in ostaggio, il ragionamento occidentale rischia di diventare opera da museo, folklore obsoleto e ridicolizzato sotto i colpi delle sempre nuove convenienze.

Ed è sulla strada per la maturazione di nuove idee e per la comprensione di nuovi equilibri che l’ENEC può ritrovare la sua ragion d’essere dopo una lunga, proficua e pregevole attività diplomatica e culturale svolta da venticinque anni ad oggi.

 

Philip Farah
Presidente dell’Associazione ENEC

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